Wu Ming 1 | Defeticizzare la Rete!

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Se vogliamo capire come le tecnologie digitali influenzano il nostro presente e soprattutto il nostro prossimo futuro, non dobbiamo per forza leggere un mucchio di libri complicati. Può bastare un singolo articolo, il post di un blog famoso. Un post in cui l'autore, con linguaggio preciso e chiaro, ricchezza di esempi e solidità teorica mostra un realtà a cui pochi avevano fatto caso, forse perché si trova sotto gli occhi di tutti. E, si sa, nessuno più presta attenzione all'ovvio.

Sto parlando del post a cura di Wu Ming 1 uscito due giorni fa su Giap e intitolato Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple. Leggetelo, davvero, fate uno sforzo. Se proprio non avete il tempo, ve lo riassumo qui.

L'articolo ha diversi pregi: è chiaro, semplice, scorrevole. Assume un punto di vista obliquo – una vera e propria metodologia wuminghiana – e così facendo getta luce su una serie di aspetti, di fenomeni e soprattutto di contraddizioni del nostro stare nella Rete. Collega delle notizie di cronaca (passate molto velocemente e senza un dovuto approfondimento sui media) a una cornice teorica di tutto rispetto. Offre un finale aperto e propositivo, lontano anni luce dal "pessimismo e fastidio" di tanti apocalittici.

Che cosa fa Wu Ming 1? Racconta come Amazon e Apple, leader mondiali nella diffusione di dispositivi e contenuti digitali, non siano quelle aziende dal volto umano che molti pensano, ma dei casi esemplari di multinazionali che non guardano in faccia a nessuno:

Il problema di multinazionali che vengono percepite come “meno aziendali”, più “cool” ed eticamente – quasi spiritualmente – migliori delle altre riguarda molte compagnie associate a Internet in modo tanto stretto da essere identificate con la rete stessa

Si tratta allora di un problema di percezione: quello che vediamo – l'estetica di Apple, la mitologia di Steve Jobs, la coolness di Amazon e dei suoi servizi – è solo la facciata dietro cui si nascondono i reali rapporti di produzione e di sfruttamento di quei lavoratori che *concretamente* costruiscono l'iPad o il Kindle o impacchettano i libri che ordiniamo on-line. Wu Ming 1 usa più precisamente la parola "feticcio", e per spiegarla fa riferimento nientepopodimeno che a Karl Marx, che di economia ne capiva un pacco e che oggi rivive – nelle librerie e non solo – una nuova stagione di successo. In che cosa consiste il feticismo della merce digitale?

Si può parlare per ore, giorni, mesi della Rete sfiorando solo occasionalmente il problema di chi ne sia proprietario, di chi detenga il controllo reale dei nodi, delle infrastrutture, dell’hardware. Ancor meno si pensa a quale piramide di lavoro – anche para-schiavistico – sia incorporata nei dispositivi che usiamo (computer, smartphone, Kindle) e di conseguenza nella rete stessa.

Ovvietà? Mica tanto. O forse, proprio perché lo sono, passano inosservate. Volete un'altra ovvietà? Facebook. Il social network più popolare al mondo viene letto da Wu Ming 1 attraverso il concetto marxiano di "plusvalore": 

Non è un concetto astruso: significa “la parte di lavoro che, pur producendo valore, non si traduce in salario ma in profitto del padrone, in quanto proprietario dei mezzi di produzione”

In pratica: tu aggiorni il tuo status su Facebook? E Zuckerberg guadagna soldi! Lo aveva spiegato molto bene Maddalena Mapelli in un celebre post e poi in un bel libroPer una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook.

Morale della favola? Bisogna defeticizzare la rete, smontare le retoriche, le narrazioni tossiche, e costruire una nuova alleanza:

Già renderci conto che il nostro rapporto con le cose non è neutro né innocente, trovarci l’ideologia, scoprire il feticismo della merce, è una conquista: forse cornuti e mazziati lo siamo comunque, ma almeno non “cornuti, mazziati e contenti”. Il danno resta, ma almeno non la beffa di crederci liberi in ambiti dove siamo sfruttati. Trovare sempre i dispositivi che ci assoggettano, e descriverli cercando il modo di metterli in crisi. […] Un’alleanza mondiale tra “attivisti digitali”, lavoratori cognitivi e operai dell’industria elettronica sarebbe, per i padroni della rete, la cosa più spaventosa.

Wu Ming 1 è in buona compagnia nelle sue analisi: presto su Le pecore e gli androidi parleremo di un certo Lee Siegel. Ma intanto guardate un po' cosa dice il più finzioniano dei filosofi, Slavoj Žižek, nella breve intervista che gli ho fatto allo scorso Salone del Libro di Torino…

eFFe

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

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