I laureati (meno 2 al Nobel)

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 «Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni».

Questa è la motivazione con la quale trentacinque anni fa veniva insignito del prestigioso riconoscimento Eugenio Montale.

Nato a Genova nel 1896, Montale è senza dubbio uno dei più grandi poeti della letteratura del Novecento e, probabilmente, il maggiore in Italia. Esordisce nel 1925 con Ossi di seppia, opera in cui confluiscono sia la prosaicità che lo sperimentalismo crepuscolare e vociano; con Le occasioni (1939) si dedica a una poesia alta, difficile, che si avvicina all’Ermetismo ma dal quale si distingue per il rifiuto del simbolismo e l’adesione alla poesia allegorica e alla lezione del poeta inglese T. S. Eliot. Queste caratteristiche sono presenti anche nell’opera successiva, La bufera e altro (1956), ma stavolta si combinano con l’esigenza di elementi più realistici e immediati. Con i primi anni del boom economico il poeta vede messi in discussione i propri valori e arriva addirittura a credere nella morte della poesia stessa. Ne consegue un decennio di silenzio poetico (1954-1964), interrotto poi con Satura, opera di svolta in cui prevale il nuovo gusto prosastico e satirico che verrà sviluppato anche in tutte le raccolte successive.

La grandezza di Montale sta indubbiamente nell’originalità con cui ha saputo toccare le principali tendenze del Novecento, riuscendo nelle prime opere a conciliare classicismo e modernismo, stile elevato e realismo, e nelle ultime a unire la prosa in versi all’abbassamento di tono e di registro e la prosaicità all’impegno filosofico. 

 Da Satura:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Alessandra Ribolini

Alessandra Ribolini

Traduttrice e teacher, ma soprattutto wannabe finta bionda senza averne l'aria

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