Intervista a Jorge Volpi

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Jorge Volpi rivela un aspetto e una gentilezza che non ti aspetti. Perchè, in fondo, questo stupore? Probabilmente perchè dopo aver letto il suo nuovo romanzo, Memoriale dell'inganno (Mondadori), distiguerlo dal cinico e spietato protagonista della storia è pressoché impossibile. L'immagine dello scrittore reale e quella del narratore di finzione sono, volutamente, mescolate, sovrapposte, doppie. La prima vittima dell'inganno è proprio il lettore che, con un pizzico di fortuna, riuscirà a immergersi nella storia senza farsi troppe domande sulla sua veridicità.

Un thriller, un noir, ambientato nel mondo dell'economia. Quando l'ho cercato in libreria non era sicura dello scaffale dove avrei trovato l'opera di Volpi. Primo elemento a destarti una certa curiosità. Il secondo. Jorge Volpi interpreta J. Volpi, genio della finanza, partecipa al fallimento che ben conosciamo della Lehman Brothers nel 2008. Accusato di frode, fugge in un luogo, un'isola, il cui nome non è dato sapere (neanche al lettore!) e dal suo nascondiglio ripercorre la sua storia. La sua infanzia, la vita dei genitori, la guerra fredda, i primi passi nel mondo della finanza, il rapporto con i suoi figli. Il doppio gioco, la falsità, l'inganno coinvolge tutti i piani, nessuno eslcuso.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?

Posso dire che questo libro ha diverse origini. La prima è autobiografica. Nel 2008 il crollo della Lehman mi ha catapultato nel ricordo delle precedenti crisi vissute in Messico, dove sono nato. Sono nato nel '68 e ce ne sono state ben cinque. In particolare quella dell'82' ha cambiato drasticamente la vita della mia famiglia. Mio padre era un medico, avevamo un tenore di vita abbastanza buono. Dopo nulla è stato come prima. Così nel 2008 ho deciso di raccontare per capire chi fossero i responsabili. Volevo dare un volto ai protagonisti della crisi economica, a quelli che chiamo i "nuovi tiranni". La seconda riguarda la storia di Harry Dexter White, ideatore del Fondo monetario internazionale, accusato di spionaggio, licenziato e trovato poi morto in circostanze abbastanza misteriose. Avevo fatto ricerche su di lui per un mio precedente lavoro, una storia d'amore non ancora tradotta in Italia, e ho trovato che la sua vita fosse qualcosa di incredibile, perfetta per un romanzo.

Memoriale dell'inganno è un thriller economico, un romanzo d'inchiesta, una saga familiare. Cosa li accomuna?

L'inganno, senza alcun dubbio. Il romanzo si regge su tre pilastri fondamentali: quello storico, quello di spionaggio e quello familiare. In tutte le sfere il filo conduttore è il doppio, i segreti che possono nascondersi dietro le apparenze, il sistema di inganni multipli, nella finanza come nella famiglia. Non c'è poi molta differenza.

Neanche il lettore sfugge a questa rete di mezongne.

È vero! Lui è la prima vittima di questo "gioco".

È possibile definirlo anche una sorta di "j'accuse"?

Assolutamente. L'inchiesta è una delle sue caratteristiche, nasce proprio per denunciare oltre che cercare di capire il stistema che ha portato alla crisi che ancora stiamo vivendo sulla nostra pelle. Credo sia fondamentale mostrare cosa questi nuovi tiranni hanno fatto e permettere alle persone di capire cosa sia successo. La mancanza di regole e di controllo, questo è quello che ho cercato di denunciare prima di tutto. I cittadini vengono spinti e tenuti lontani dalla politica, dal mondo economico. In qualche modo vengono giudicati incapaci di comprendere, sono messi su un piano diverso. Io credo che debba essere proprio questo a cambiare. Fino a questo momento i cittadini hanno delegato le decisioni in questo ambito, fidandosi ciecamente, ai "tecnici". Questi tecnici però hanno fallito e finalmente ci stiamo rendendo conto che il sistema che hanno creato non ha assolutamente niente di buono.

Cosa può fare la letteratura da questo punto di vista?

Non sono uno di quegli scrittori che crede che i romanzi possano cambiare direttamente la realtà. Ma credo fortemente che le storie possano cambiare la vita delle persone.

I responsabili di questa crisi, come credi siano arrivati a essere quello che sono?

Credo che l'ideologia alla base di queste vite conti molto. La mentalità egoista che ha alla base il "pensa solo a te!", l'empatia umana che viene a mancare, tutti i valori, l'educazione e le circostanze nelle quali ti ritrovi a crescere e che non riesci a rifiutare.

Hai scelto di raccontare la storia dal punto di vista di uno di questi responsabili, dal punto di vista di un "cattivo". Che però al lettore proprio non riesce a stare antipatico. Cosa pensi a proposito?

Ne sono molto contento! La sfida era esattamente questa: scegliere un protagonista che di buono ha veramente poco e nonostante questo cercare di conquistarsi la complicità dei lettori. Calarsi nei panni di un cattivo è decisamente più divertente. Pensate a Nabokov e al protagonista del suo Lolita.Si tratta di un uomo decisamente riprovevole, ma in fondo gli siamo vicini e capiamo le sue debolezze. Il lettore prova una forte empatia, si identifica con lui. Il mio protagonista è un cinico della peggior specie, ma in fondo in minima parte lo invidiamo, invidiamo il suo modo di essere onesto e diretto. Ci sta simpatico. Segretamente tutti siamo attratti dal desiderio di verità.

Secondo te le crisi possono migliorare la società?

Assolutamente. Le crisi sono sempre l'opportunità di un cambiamento. Ma noi non lo abbiamo fatto. Il mondo dopo il 2008 non è cambiato, non è cambiata neanche la politica, non è stata attuata nessuna rivoluzione. Ad esempio in Europa l'unica misura attuata è stata quella della Germania dell'Austerity. Ma non credo in questa soluzione, la stessa attuata in Messico nel 90'. Hanno sacrificato un'intera generazione di giovani e in ogni caso non c'è stata nessuna crescita.

Un po' di speranza?

Certo. Nel libro l'ho messa nei personaggi dei figli che rifiutano di seguire il padre. Credo fortemente nel ruolo delle storie, come ho detto, e nell'immaginazione, quel diventare altri che rende umani. La letteratura può aiutare a capire meglio sia la realtà concreta che quella umana. Il bello della finzione è che in un libro puoi inserire entrambi gli aspetti. La scienza non va separata dalla sfera umanistica che a sua volta non va scissa dalla finzione.

Ultima domanda che noi di Finzioni poniamo a tutti gli intervistati: se potessi flirtare con un personaggio della letteratura, quale sarebbe?

Non è della letteratura, ma vale lo stesso se dico Albert Einstein? Oltre che per la scrittura ho un amore incommensurabile nei confronti della scienza. Mi piacerebbe proprio farci quattro chiacchiere…

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