Intervista a Licia Troisi

Photo Credit: Sergio Ponchione (http://mondobliquo.blogspot.it/)

I libri letti a dodici anni rimangono nel cuore per sempre. A dodici anni ogni sentimento è assoluto ed elementare, e se si ama la lettura, la si ama in modo viscerale e incondizionato. I libri letti a dodici anni entrano a far parte della propria storia, e contribuiscono a costruire la propria personalità almeno quanto la maestra preferita, l’allenatrice di pallavolo, la migliore amica.

A dodici anni io leggevo Licia Troisi. I suoi romanzi sono stati il mio Beautiful, il mio Friends, il mio Dawson’s Creek: un’educazione sentimentale sui generis, con un sacco di draghi, ragazze guerriere, carneficine, profezie e maledizioni. Il risultato è una (giovane) donna fieramente femminista ma inguaribilmente romantica, che crede ancora nella magia, subisce il fascino delle armi bianche e non si è ancora rassegnata all’idea di avere i capelli di un colore normale.
In seconda liceo ho cominciato a frequentare il tipico ambiente snob in cui si leggono scrittori russi dell’ottocento e si passa il sabato sera a guardare film di Bergman o a tradurre carmi di Catullo collettivamente. Leggere fantasy era socialmente sconveniente. Così ho messo la letteratura di genere in un cassetto per lungo tempo.
A 21 anni mi è venuta voglia di riprendere in mano i romanzi di Licia Troisi. Negli ultimi otto anni ho letto parecchio, ho studiato letteratura, ho conosciuto i classici. Ero curiosa di scoprire come avrei giudicato un romanzo fantasy per young adults. Che dire: ho divorato i primi tre volumi de I regni di Nashira in dieci giorni, facendo veglie notturne e approfittando di ogni ritaglio di tempo per immergermi nella lettura. Mi sono emozionata, arrabbiata, commossa, mi sono innamorata di alcuni personaggi e ne ho detestati altri. Mi sono ritrovata a vivere la storia che stavo leggendo con un’intensità che non provavo da tempo. Questa è la forza di un meccanismo narrativo estremamente ben congegnato, ed oliato da un’indispensabile dose di passione.

Il grande dono di Licia Troisi è di amare le storie. Tutte. Quelle che legge, quelle che vede e quelle che crea. Nella sua scrittura non c’è traccia di artificio, ricercatezza, autocompiacimento: la sua scrittura è pura narrazione, e la vera narrazione si nutre di sincerità e partecipazione. E come un vero narratore Licia Troisi racconta il tipo di storie che da sempre si raccontano: storie di amore, di morte, di magia, di guerra, di potere, il tutto proiettato in una dimensione di fantasia che libera dai vincoli del realismo e riempie il lettore di meraviglia. Non si può fare a meno di affezionarsi a narrazioni come queste, a dodici, venti, cinquanta o novant’anni.

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Dunque, dopo un percorso durato più di otto anni, martedì 25 marzo ho intervistato Licia Troisi alla Bologna Children Book’s Fair. Licia è una donna minuta, con un bel sorriso, i capelli cortissimi e un grande amore per i cappelli. Resto colpita dalla sua gentilezza e cordialità, e dal numero di “grazie” che pronuncia.
Allo stand Mondadori campeggia una gigantografia della copertina del suo prossimo romanzo, Pandora, in uscita il 6 Maggio, e quindi la mia prima domanda riguarda questo suo ultimo lavoro.

Pandora è uno urban-fantasy ambientato a Roma. I protagonisti sono due ragazzi alle prese con la scuola e i problemi dell’adolescenza, finché nella notte di Halloween non accade qualcosa di magico ed inspiegabile, le loro vite si incrociano e tutto cambia. La scatola di Pandora viene aperta, i demoni vengono liberati, e loro sono gli unici a poterli confinare di nuovo.

Anche in questo romanzo, come negli altri di Licia Troisi, i protagonisti sono un ragazzo ed una ragazza. Ma si tratta sempre di una coppia che mette in discussione gli stereotipi di genere. In moltissimi casi, infatti, il personaggio maschile ha un ruolo tipicamente femminile (è riflessivo, sensibile, protettivo) mentre il personaggio femminile ha un ruolo tipicamente maschile (è spesso una guerriera, ha un carattere impulsivo, violento, risoluto).

È vero, ed è particolarmente evidente nell’ultimo romanzo. Non è stata una cosa del tutto volontaria, ma me ne sono resa conto piuttosto rapidamente. Saiph ha un ruolo “accudente” che si associa di solito alla femminilità, mentre Talitha è quella che risolve i problemi con le mani. Mi divertiva, perché, secondo me, questi sono stereotipi che la gente ci cuce addosso.

Oltre ai romanzi di Licia, altri fantasy come Hunger Games e Il Trono di Spade stanno proponendo personaggi femminili particolarmente forti e indipendenti.

Quando ho cominciato a descrivere personaggi femminili forti, mi sono semplicemente ispirata a quelle che erano le mie figure di riferimento: mia madre, le donne che mi sono state vicino, la donna che volevo essere io… Avendo intorno delle donne forti per me era naturale descrivere donne che fossero fuori dagli schemi, autonome e libere di fare quello che volevano. Adesso sono diventata più consapevole del contesto in cui ci troviamo, quindi non si tratta più di una scelta ingenua. Quando creo un personaggio femminile sono contenta di farne uno al di fuori degli stereotipi classici della nostra società. Ho l’impressione che ci sia un modello di donna molto pervasivo: o la donna completamente dedita alla famiglia, che si annulla in essa, oppure la donna di malaffare che ha solo il so corpo per riuscire ad emanciparsi. Siccome in mezzo ci sono miliardi di altre declinazioni del femminile secondo me è importante che qualcuno le possa presentare. La mia impressione è che nella letteratura ci sia questa volontà, e che in questo momento ci siano molte eroine femminili, come ad esempio Katniss Everdeen, che mi ha subito colpita molto come personaggio. Il problema è che la letteratura, almeno in Italia, ha una capacità di penetrazione tutto sommato limitata. I libri continuano purtroppo a parlare a persone che queste cose le sanno già.”

Ma sicuramente gli stereotipi sulla femminilità non sono le uniche tematiche impegnative che vengono toccate nei romanzi di Licia. I regni di Nashira parla di un mondo dove l’aria è il bene più prezioso e raro, e il sapere necessario ad assicurarsela è detenuto da una casta sacerdotale potente e corrotta. Parla di un popolo dalla pelle scura che tiene sotto scacco un popolo di pallidi, usandoli come schiavi e trattandoli come bestie. Parla di ribellione, di guerra, dell’insensatezza della violenza e del desiderio di pace. Parla di un sole sempre più rovente che minaccia di bruciare la terra, e di una coppia di sognatori che vogliono evitare la catastrofe. I riferimenti più o meno velati all’attualità sono innumerevoli. Ho chiesto a Licia se sia stata influenzata da qualche evento particolare durante la stesura di questi romanzi.

In realtà questi temi sono più che altro una mia personale ossessione. Sicuramente quello che è successo negli ultimi dieci anni nel mondo mi ha influenzata molto. Adesso è molto meno diffusa, ma quando ho cominciato a scrivere (intorno al 2001 n.d.r.) quest’idea della lotta del bene contro il male nella politica mondiale era molto forte e io la trovavo particolarmente assurda. Oggi vedo il razzismo tornare in Italia in forme abbastanza inquietanti. Credo che non sia un controsenso parlare di queste tematiche in un fantasy, anzi, secondo me la narrazione di genere è particolarmente adatta: stimola la fantasia, si basa sull’intreccio e sulla trama, cattura il lettore e lo diverte. Questa condizione permette di veicolare in modo facile ed efficace anche delle tematiche profonde.

E questo è tanto più cruciale dal momento che Licia scrive per un pubblico molto giovane.

Sono sicuramente consapevole di questa forte responsabilità. Più passa il tempo più sono convinta che se si vogliono cambiare le cose bisogna partire dall’educazione e dalla formazione dei giovani, e da questo punto di vista ovviamente libri e scuola stanno in primissima linea. Sono molto onorata quando qualcuno mi dice di aver cominciato a leggere con i miei libri, perché la passione per la lettura è qualcosa di bellissimo.

E così spunta una domanda fuori programma su sua figlia Irene, di quattro anni, e ci troviamo a parlare dei libri che le legge: i classici dei Grimm, le fiabe di Calvino e i libri di Peppa Pig.

Ogni sera è sempre una lotta. Dai, raccontamene un’altra… Una cosa molto bella è successa una volta che è venuta a trovarci mia madre e quando è entrata le da detto "guarda, Irene, ti ho portato un regalo bellissimo, una cosa rosa che ti piace tanto, indovina cos’è?" e la prima cosa che lei ha risposto è stata "un libro". Quindi forse ho speranze di farle amare la lettura.”

E’ il momento della domanda di rito per noi di Finzioni: con quale personaggio letterario usciresti a cena? Lei ci deve pensare un po’ prima di rispondere.

Farei un bel giro nel monastero de Il nome della rosa, che è il mio romanzo preferito. E farei una bella discussione sulla scienza con Guglielmo da Baskerville. Del resto, quel libro rappresenta il passaggio dalla filosofia naturale a qualcosa di più simile alla nostra scienza…

Infatti Licia Troisi, oltre ad essere scrittrice, è ricercatrice di astrofisica presso l’Università di Tor Vergata.

Anche se ormai collaboro solo saltuariamente. In Nashira emerge chiaramente questa mia passione (parte della storia è incentrata sul culto per i due soli Miraval e Cetus: una coppia di stelle instabili che causano periodicamente dei cataclismi n.d.r.). Il primo capitolo è proprio una lezione di astrofisica delle alte energie, anche se mi sono inventata dei particolari per necessità narrative. E anche il personaggio di Saiph, sempre alla ricerca della verità come un vero scienziato, rispecchia questa parte della mia personalità.

Del resto, le prime storie non si raccontavano forse osservando le stelle?

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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