Intervista a Walter Lazzarin, lo “scrittore per strada”

(photocredit: repubblica)

 

Negli anni in cui gli scrittori noti e meno noti si fanno spazio nel mondo dell'editoria a gomiti alti, spostando soprattutto sul web e sui social network il proprio lavoro, c'è un autore che ha deciso di andare un po' controcorrente. Si chiama Walter Lazzarin, padovano classe '82, una laurea in Economia e un'altra in Filosofia, professione insegnante precario. Ha pubblicato di recente il suo terzo romanzo, Il drago non si droga e ha deciso di promuoverlo in una maniera molto particolare, diventando uno "scrittore per strada". Da ottobre, fino al prossimo luglio, girerà infatti le strade e le piazze d'Italia per far conoscere la propria opera ma anche per portare avanti una vera e propria missione. Lo abbiamo intervistato per farci spiegare di cosa si tratta. 

Uno scrittore seduto per strada a Rione Monti che compone tautogrammi con una Olivetti Lettera 32 e va in giro a promuovere da sé il proprio libro. Se mi fermo al quartiere e alla macchina da scrivere penso all’ennesimo scrittore hipster, se penso alla vendita in strada mi vengono in mente gli autori africani. Qual è invece la storia di Walter Lazzarin?

Scrittore per strada nasce dall’idea di collegare due mie passioni: la scrittura e i viaggi. Il viaggio non è una vacanza; per me è un’esperienza, un continuo cercare e mettersi alla prova, essere sempre in bilico. Alle spalle ho avventure anche molto faticose, però fantastiche. Ho pensato di usare questa abitudine alla strada, questa capacità di adattarmi a tutto, per promuovere il libro in modo originale. In un mondo così pieno di titoli, di saggi e romanzi, o ti inventi qualcosa o resti nell’ombra. Sulla strada, la possibilità di essere illuminato dal sole è maggiore, no? Sono convinto che il mio libro possa piacere a molti; il mio problema era arrivare a quei molti, e magari questo progetto mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo. 

Sul tuo blog scrivi di non avere nulla contro i canali tradizionali (librerie, caffè letterari ecc…) ma per il tuo terzo romanzo hai deciso di adottare questa singolare forma di autopromozione. Da cosa è dipesa la scelta? C’è in essa anche un messaggio etico-sociale, una provocazione o una polemica nei confronti del difficile mondo editoriale?

Nessuna provocazione. Questo libro non l’ho inviato a nessuna casa editrice, non è una risposta a un rifiuto. L’unica mia speranza, forse un sogno, è di riavvicinare gli italiani alla narrativa. Ormai si è abituati a pensare che lo scrittore è un personaggio occhialuto, noioso, vanesio. Spesso è vero. Ma non è il mio caso: io, infatti, porto le lenti a contatto. 

Nel futuro ti vedi sempre come uno scrittore per strada o lo consideri un esperimento passeggero?

Non so, davvero non so. Sono appena all’inizio, e non so come ne uscirò.

Prova a convincere i nostri lettori a leggere Il drago non si droga così come lo faresti incontrandoli per strada.

In genere mi basta raccontare la trama, per incuriosire la gente. Il drago non si droga è la storia di un bambino, Giacomo, che è così arrabbiato con la mamma da decidere di scappare di casa con il drago di peluche. Di notte, raggiunge i giardini pubblici e incontra un gruppo di ragazzi: sono quelli che la mamma chiama “i drogati”. Tra loro c’è una persona che lo riconosce: è suo padre, il padre che Giacomo non hai mai potuto conoscere prima. I due si avvicinano e si crea un’intesa, per recuperare il tempo perso partono insieme per una gita in macchina. La mamma, nel frattempo, si sveglia e trova il letto del figlio vuoto. Chiama la polizia, e iniziano perciò le ricerche. È un romanzo di formazione. È un racconto di fughe e ritrovamenti. In cui si ride, ma a volte no.

Come proseguirà il tuo tour? Hai già in mente un ipotetico percorso, da qui a luglio, o seguirai l’istinto?

L’itinerario che avevo stilato in agosto era: Roma, Napoli, Palermo, Firenze, Torino e Milano. Il guaio è che i pugliesi mi stanno chiamando a viva voce, e perciò una città tra Bari e Lecce la farò. E con vero piacere. Poi deciderò anche in base agli inviti. Il progetto è “liquido”, perciò modificabile. Diciamo che, se ricevo un invito per un singolo evento, in qualche modo parteciperò. Però per la vendita sulla strada conviene affrontare poche tappe in modo deciso e continuativo, stando almeno un mese in ogni città. Se una persona ti vede un giorno, ti ignora. Se ti vede due giorni dopo, magari ti ignora ancora. Ma al settimo giorno vorrà pur sapere che ci fa lì quel tipo con la Olivetti.

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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