Intervista a Giuseppe Rizzo

(photocredit: Gianfranco Pisoni)

Quest'estate mi sono imbattuta nel libro Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, dell'agrigentino Giuseppe Rizzo edito da Feltrinelli. Si è trattato di un bell'incontro perché il libro è un intramuscolo di verità spinta dall'ironia.

Inizia dal titolo l’autore a far fuori i luoghi comuni sulla Sicilia e sui siciliani. Giuseppe Rizzo alla Sicilia gliele suona. Come? Leggete un po' qui:

Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell’irredimibilità di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest’isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe, che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po’ cretini […]

Lo dice Gaga, uno dei personaggi più belli di questa storia, come dargli torto.

La storia è raccontata da Osso; poi ci sono Pupetta e naturalmente Gaga. Sono cresciuti insieme e si ritrovano a Lortica, il loro paese d'origine, per mettere in atto la loro piccola guerra, una guerra che cova dentro di loro ormai da molti anni: la guerra contro i pidocchi. Chi sono i pidocchi? Sono i membri della famiglia Di Mauro, tutti delinquenti. Perché sono pidocchi? Perché quando ti si attaccano ti viene da grattarti, ma non lo puoi fare perché altrimenti gli altri si accorgono che li hai presi, allora non ti gratti, li lasci lì. In questo modo Lortica è diventata un paese di pidocchiosi e chi non li ha dice che non esistono, ma quali pidocchi?!

Così i tre giovani, che ormai hanno abbandonato la Sicilia da tempo, tornano a Lortica e si accorgono che è tutto come prima, come quando erano ragazzini, stesse strade, stesse facce, stessi pidocchi. Allora guerra sia.

Una volta letto il libro mi è venuta una gran voglia di fare delle domande all'autore, ci sono riuscita! Appuntamento su Skype et voilà…

La critica ha preso bene il fatto che tu abbia "toccato" mostri sacri della letteratura sicula come Pirandello e Tomasi di Lampedusa o qualcuno se l'è presa?

Credo che sia arrivata l'ironia. C'era un po' il rischio che potesse essere preso tutto molto sul serio, per fortuna non è stato così. C'è da dire che la letteratura è fatta di antipatie e scontri, ma chiaramente bisogna essere lucidi il più possibile per mantenere il senso delle proporzioni. Quando uno dei tre protagonisti del libro dice che Tomasi di Lampedusa, Camilleri e Pirandello sono il male assoluto, è feroce, per molti ai limiti della blasfemia, dentro queste parole c'è rabbia, scorno per il fatto che la Sicilia venga letta ancora attraverso pagine ormai ingiallite e non più in grado di restituire la complessità del presente dell'isola. E questa cosa ai lettori e ai critici per fortuna è arrivata.

Il fatto che tu viva a Roma da molti anni ti ha permesso di vedere le cose della tua (nostra) terra con la dovuta distanza? La lontananza ha fatto da lente d'ingrandimento?

Ritorno in Sicilia molto spesso. Leggo le notizie sull'isola, parlo con i miei amici. Probabilmente non me ne sono mai andato. Indubbiamente vivere fuori mette un filtro che ti consente di vedere un po' meglio le cose: l'ironia, poi, è questo, distanza attenta verso l'oggetto raccontato.

I tre protagonisti, oltre che una guerra contro il sistema, mettono in atto una guerra contro le "minchiate", come per esempio quelle dette dal Sindaco di Lortica o dal comandante dei Carabinieri, come se in bocca alle autorità le minchiate diventassero verità, ma lo sanno tutti che trattasi di minchiate. Quali sono le minchiate che non sopporti?

Ci sono delle storture che complicano la vita e noi siciliani siamo campioni nel complicarcela con capolavori assoluti della minchiata. Per dire, a un certo punto, è accaduto che molti abbiano smesso di credere di essere responsabili dei propri gesti. Si è consumata, nell'isola, e nel cuore di molti isolani, una deresponsabilizzazione lagnosa e crudele: la politica non va bene ma continuo a votare gli stessi, il mio paese è sporco ma continuo a buttare la spazzatura dove mi capita, non c'è lavoro ma continuo a schiavizzare i migranti che mi fa proprio comodo, la mafia mi fa schifo però basta parlarne sempre; la Sicilia non è più quella di 50 anni fa ma sui giornali, in tv e al cinema continuo a raccontare quegli stereotipi che almeno vendono. Tutto questo – e molto altro – ha affamato un popolo, intellettualmente e materialmente, e un popolo che ha fame non è un popolo libero. Lo dico con molto affetto, ma siamo a un passo dal fotterci con le nostre stesse mani – e fottere l'Italia tutta.

Nel tuo libro si fa cenno ad una cosa che chi è nato in Sicilia si sente ripetere fino alla nausea: «Cu nesci, arrinesci.» (Chi se ne va, riesce). I tuoi personaggi però hanno voglia di tornare, malgrado tutto; è quasi una voglia irrazionale e tornano con uno scopo, cercare di cambiare le cose.

Guarda, io non sono molto affascinato dalla retorica del ritorno né da quella delle radici. Mi affascina però il cortocircuito che vive in questi anni la Sicilia: da un lato la testardaggine di molti di restare (o ritornare) e fare qualcosa, dall'altro l'occhio critico di chi vede in questa scelta un che di irrazionale ( e di ricattatorio: "facile vivere fuori e fregarsene" si sente dire spesso in giro). I tre trentenni di Piccola guerra lampo sono dentro questo cortocircuito: vivono fuori, ritornano, ma non vogliono assolutamente salire sul piedistallo degli eroi presunti tali. Le domande che si fanno sono, per lo più: quale merito abbiamo nell'essere nati in un'isola che ha mille problemi? E per la semplice casualità di esserci nati dovremmo avere delle responsabilità? Questo nodo lo sciolgono con un pensiero semplice (a loro modo): nessun ricatto, nessuna missione, nessun senso di colpa, ma se sentiamo di fare qualcosa facciamola, anche se piccola, quotidiana, sarà una piccola rivoluzione  personale di cui magari gli altri non si accorgeranno, ma che la sera, a letto, tra le braccia dei nostri amori, o da soli, o persi negli occhi dei propri figli, ci farà stare meglio.

Tu i mafiosi li chiami pidocchi. Secondo te, i pidocchi sanno di esserlo, sanno che la gente li schifa?

Io credo che questa sia una delle grandi fratture nel racconto e nell'autoracconto (e quindi nella percezione, e quindi nella realtà) che oggi sta vivendo Cosa Nostra in Sicilia. Gli anni 90 sono stati fatali. Le stragi, gli arresti, quei volti da beoti dei grandi capi mafia in cella, tutto questo ha prodotto una "cura ludovico" nei siciliani. È chiaro che molti hanno preferito tenere gli occhi chiusi – è una situazione comoda, stare con gli occhi chiusi, anche se in molti casi è stato anche un modo per sopravvivere. Ma il volto e i volti di Cosa Nostra oggi sono cambiati e dobbiamo continuare a ripeterlo sempre, quanto misera sia la vita di queste quattro galline ridicole (pur nella ferocia che ancora riescono a esprimere). Se ci concentriamo su questo, se scrostiamo i pidocchi dall'aura epica che negli anni si è accumulata in libri patacca e in una filmografia da quattro soldi, possiamo aiutare chi come imprenditori, magistrati, carabinieri, professionisti, ma pure operai, agricoltori e disoccupati fa tutti i giorni i conti con una presenza ancora forte – ma allo stesso tempo debolissima.

C'è una domanda che ormai è il marchio di fabbrica delle interviste finzioniche, ed è: con quale personaggio/scrittore/scrittrice ti piacerebbe andare a cena e flirtare un po'?

Zelda Fitzgerald e la New York o la Parigi degli anni perduti, ma è evidente che non so di cosa sto parlando.

 

Giuseppe Rizzo, Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, Feltrinelli 2013

Laura Caponetti

intervisto personaggi che non esistono, guardo serie tv in tutte le lingue pur conoscendone solo due, sana di mente? forse!

1 Commento