Intervista a Zerocalcare

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Tra le cose che più mi hanno colpito nella lettura di Dodici c’è la scelta di ambientare la tua storia in quartiere specifico della città come Rebibbia. Tale scelta, mi sembra di capire, è frutto di una forte identità con il tuo quartiere che ha segnato le storie che racconti. Che rilevanza ha l’appartenenza ad una area specifica di una città come Roma secondo te?

Ha una rilevanza enorme. Roma contiene diverse città al suo interno. Credo che ognuno, proveniente da una differente zona di Roma, viva la città in modo diverso. Ad esempio io il centro storico non lo conosco, non ci sono quasi mai stato in vita mia. In realtà a Roma una persona vive i quartieri e non la città nella sua interezza, sarebbe impossibile farlo. La scelta di ambientare Dodici a Rebibbia mi ha fatto pensare per un momento a chi lo avrebbe capito se proveniente da altre realtà urbane o meno, però io volevo raccontare una storia mia. È la prima volta che faccio un fumetto che non mi vede protagonista, dove è meno presente l’elemento autobiografico, questa volta ho voluto disegnare un fumetto prettamente di fiction. Io non sono molto capace a raccontare storie dove non sono protagonista, però ho voluto provare a raccontare una storia dove io, già nei primi momenti, sono fuori scena… anzi, proprio morto. E così ho voluto inserire tutti gli aspetti autobiografici all’interno della narrazione del quartiere, quindi il mio punto di vista, le mie sensazioni sono raccontate attraverso il quartiere dove vivo, il quartiere dal quale non mi riesco ad allontanare mai.

Come credi possa reagire chi non è di Roma quando si trova a leggere di Rebibbia?

Non so se una storia incentrata su Rebibbia sia comprensibile all’estero, però ci sono degli elementi all’interno del nostro paese che sono riscontrabili a latitudini diverse, inoltre quando costruisco una storia cerco sempre di utilizzare tantissimi riferimenti che fanno parte di un bagaglio collettivo, un’appartenenza comune. Ad esempio, non devo spendere troppo tempo a descrivere il carattere di un personaggio se lo presento come Darth Vader, perché sono cosciente che tutti capiranno quali caratteristiche porta con sé un personaggio del genere. Ogni volta che devo costruire un personaggio faccio duecento telefonate ai miei amici, chiedendo consigli sui riferimenti che sto adottando, mi assicuro che ciò che sto per rappresentare sia realmente portatore di quelle caratteristiche che voglio mostrare, che sia riconoscibile ad altri, insomma, che sia patrimonio collettivo. Questa strategia, credo, può permettere al lettore di identificarsi perché anche nella sua esperienza ci sono quegli elementi che sto raccontando.

Il personaggio che più mi ha colpito in Dodici è Katya. A differenza degli altri, lei mi sembra essere quella con il carattere più forte e con una spiccata personalità, capace di tener testa, anzi, di coordinare gli altri personaggi che sono dei ragazzi. Com’è nata l’idea di un personaggio simile?

In realtà Katya nasce per due motivi. Il primo è perché nella mia vita le figure femminili sono sempre state quelle più decise e cazzute. Da mia madre alle ragazze con le quali sono stato, le figure femminili si sono dimostrate sempre più decise e di polso rispetto alle figure maschili. Il secondo motivo è che cerco sempre di evitare di alimentare degli stereotipi. In generale nei fumetti lo stereotipo di genere c’è un sacco. Non mi andava di raccontare di una ragazza indifesa che deve essere, al solito, salvata. Ho voluto invece prendere spunto dalla narrativa zombi, dove c’è la donna supercazzuta. Io volevo riprendere e adattare alla mia storia un personaggio di questo tipo, però mi piaceva che avesse delle sfumature che la rendessero più umana e non un blocco monolitico.

Hai un’attenzione mediatica forte, un’attenzione che mediamente per uno che fa fumetti, soprattutto in Italia, è difficile da riscontrare. Come vivi tutto ciò?

Malissimo. Da fumettista ho sempre tenuto molto a mantenere il mio nome e cognome lontano dai media, preferendo appunto il nome Zerocalcare. L’ho fatto per un sacco di motivi, non volevo che il mio nome uscisse. La mia faccia volevo che non apparisse mai, ma ad un certo punto inevitabilmente ha iniziato a girare in rete. Io caratterialmente sono una persona molto discreta e molto timida e l’idea di averci tutta questa attenzione mi metteva parecchio a disagio. In più provengo da una comunità d’appartenenza, quella degli spazi occupati, che ha grossissime remore nel confrontarsi con i giornalisti e con l’informazione mainstream, quindi per me è stato difficilissimo sia accettare questa cosa che, allo stesso tempo, cercare di gestire questa contraddizione, provare a comunicarla a chi mi stava attorno. Per me ancora adesso è molto, ma molto difficile. Comunque sì, sostanzialmente me la sto vivendo male. Molto male.

I tuoi fumetti hanno raggiunto davvero tante persone. Secondo te, quali sono gli elementi che hanno permesso tutto questo?

Secondo me in parte l’interazione con i social network. C’è tanta gente che non entrerebbe mai in una fumetteria o in una libreria a curiosare nel reparto dei fumetti, però quando trova il fumetto condiviso sulla bacheca di Facebook lo legge volentieri. E lo legge come leggerebbe i tantissimi meme che girano nel social network. Credo che tutto ciò abbia permesso di far conoscere parecchio le cose che disegno. L’altra cosa è che c’è stato un grande interesse dei media dedicato alle mie cose che non era dato, secondo me, dalla qualità dei contenuti – perché esistono cose in Italia bellissime che restano sconosciute ai molti – ma perché queste storie, credo, hanno riempito un vuoto narrativo incentrato su un paio di generazioni di questo paese. Sono generazioni che non vengono raccontate a fumetti, mentre c’è una forte voglia di leggere cose del genere. Lo hanno fatto i libri, lo hanno fatto i film, lo hanno fatto le web serie, nei fumetti c’era un buco gigantesco. In un momento come questo, dove il fumetto si sta affermando come una forma di letteratura, una forma di autonarrazione dedicata a quelle generazioni mancava, e andare a riempire quel vuoto raccontandone una piccola parte, perché di fatto io ne racconto una piccolissima parte, sicuramente ha creato molto interesse. Credo che se ci fosse adesso una ragazza che raccontasse la sua vita, il suo lavoro d’ufficio, magari come in molti casi da stagista o da precaria, sbancherebbe tutto. Io sono sei anni circa che lavoro da casa e non ho più contatto con quel mondo del lavoro, quello degl uffici appunto, ma penso che in Italia raccontare quel mondo lì, oggi, manca molto. Raccontare la precarietà da un punto di vista femminile in questo momento avrebbe un grandissima attenzione. C’è veramente sete di leggere determinate cose in questo paese. Io in parte ho intercettato queste necessità, ma in maniera causale, senza un’analisi o uno studio alle spalle.

Quando decidi di lavorare ad un nuovo libro scrivi prima una sceneggiatura e poi ti dedichi alla composizione delle tavole? O adotti altri processi?

Di solito in principio strutturo una sorta di scaletta degli eventi. Appena ho una struttura narrativa sulla quale lavorare passo a disegnare e i dialoghi li scrivo proprio mentre sto componendo le tavole. In verità questa cosa andrebbe migliorata. Dovrei essere molto più preciso nella prima fase per poi gestire meglio il momento del disegno. Io ogni volta ci provo, ogni volta non ci riesco. Tutti i libri che ho realizzato dovevano contenere molte più pagine di quelle effettive, ma al solito, arrivato agli ultimi dieci giorni mi rendevo conto che tutte quelle cose in più non sarei mai stato in grado di inserirle per via dei tempi. Per il prossimo libro vorrei fare un lavoro a monte prima di passare al disegno, un lavoro con tutti i crismi, dove riesco a organizzare ogni tavola così da saper gestire molto meglio tutte le fasi. Certo, se quello del fumettista diventa un lavoro lo devo fare con un po’ di metodo e autodisciplina. Non può essere solamente metodo e autodisciplina ovviamente, altrimenti rischierei di disegnare in modo meccanico e ripetitivo. Devo imparare a bilanciare metodo e creatività, è difficile trovare un equilibrio… non so, io ancora lo sto cercando.

Quando disegni, mi raccontavi, guardi serie televisive.

Esatto. Durante la fase di scrittura no, in quel caso lavoro in silenzio, ma appena inizio a disegnare, mi butto sul divano davanti ad una serie televisiva. È l’unico modo che conosco per lavorare, se non ho un qualcosa che mi intrattiene non riesco a lavorare. Per me, in questo momento, se voglio fare fumetti ho bisogno di vedermi quintali di serie televisive perché mi sembrano le forme narrative più vicine al nostro presente, quelle che funzionano meglio.

Quali sono le serie televisive che guardi?

Tutto, praticamente tutto. In questi giorni sto guardando Hannibal, Breaking Bad e la terza stagione di Homeland. Breaking Bad ha un ritmo narrativo che cresce sempre, è davvero impressionante.

… ma tu, il finale di LOST, lo hai capito?

Non so dirti se l’ho veramente capito, però mi ha commosso, secondo me come finale “spigne” anche se effettivamente devo ancora trovarne il senso.

Quando non riesci a pubblicare una tua storia il lunedì mi sembra di capire che ti scatta un bel po’ di ansia, sbaglio?

Se non ho tempo per fare una storia, faccio una storia per scusarmi per non aver fatto la storia. Non riesco a uscire da questo meccanismo, forse perché mi vivo un senso di colpa universale inespiabile e un po’ perché anche il prossimo ci mette del suo. Per esempio adesso ho una storia per il lunedì da raccontare, ce l’ho in testa, è legata a delle cose che sto vivendo in questo momento e ho voglia di raccontarla (è “Il demone della reperibilità”, ndr). Siamo a giovedì, non so se riuscirò a realizzarla per lunedì. Vorrei andare ad un concerto sabato sera, ma la storia che ho in mente è abbastanza lunga e il tempo a disposizione poco… adesso c’ho questa ansia che se vado al concerto non riuscirò mai a finire la storia, argh! [alla fine Zerocalcare ha pubblicato la storia per tempo, ma non so dirvi se è andato anche al concerto o meno ndr].

Ma se salti un lunedì e poi per il lunedì che segue pubblicherai una storia scritta e disegnata con i giusti tempi penso che tutti saranno contenti di leggere roba ancor più bella, o no?

Dici? Allora dirò a quelli che si lamenteranno di rivolgersi a te, ok?

No, rischierei la vita di fronte a tanti hater… meglio che disegni. Tornando al tuo lavoro, oltre all'armadillo stai pensando ad altro?

Sto lavorando a un altro libro da tanto tempo, da prima di Dodici, si tratta di un mettere assieme pezzi di storia della mia famiglia. Mi sono reso conto negli ultimi tempi che in questo progetto qui stanno emergendo storie che in passato non avevo mai pensato di raccontare, probabilmente perché non avevo neanche la maturità per raccontarle. Sono cose che finora non ho mai raccontato e non so se le riesco a raccontare nelle forme narrative che ho utilizzato fino ad oggi, ovvero tramite l’armadillo. L’armadillo è uno strumento perfetto per raccontare le cose che ho raccontato finora, vorrei continuare ad utilizzarlo perché mi ci trovo bene. Diciamo che sono in una fase di studio, capirò se anche in futuro questa soluzione andrà bene o meno.

E anche dal punto di vista grafico stai pensando a cambiare qualcosa o vuoi mantenere lo stile che hai mostrato nei tuoi libri e sul blog?

Io sostanzialmente sono una pippa, quindi non è che posso variare di molto il mio stile. Quello che disegno nei miei libri è quello che so fare. Su Dodici ho provato a cambiare qualcosa, nelle parti che descrivono con voce fuori campo il quartiere di Rebibbia ho disegnato sfondi più precis e realistici. L’unica cosa dove potrei permettermi di fare è delle sperimentazioni è il colore, cioè provare ad utilizzare tecniche diverse, ad esempio l’acquerello.

Qual è la giornata tipo di Zerocalcare? Vedo che sei impegnato su tantissimi fronti, ma c’è qualcosa che ti manca?

Diciamo che in questo momento non esiste la giornata tipo. Fino a dicembre probabilmente sarò in giro su treni a presentare il libro, a fare disegnetti, a tornare a casa ed a rispondere alle mail e poi a disegnare per il blog. Questo comporta poco tempo per il resto. Una cosa che mi manca molto in questo periodo è il non poter passare del tempo con i miei amici, di solito riuscivo a incontrarli spesso di sera. E poi mi mancano molto le serie televisive, prima ne vedevo molte di più! La giornata tipo che vorrei, e che forse da dopo dicembre riuscirò a riprendermi, è quella di lavorare la giornata sulle tavole che disegno magari guardandomi le serie televisive, appunto. E poi c’ho le ripetizioni che continuo a fare.

Ma intendi le ripetizioni con Blanka? Il ragazzino che racconti nei tuoi fumetti?

Sì con Blanka, anzi con due Blanka in realtà.

Che lavori hai fatto oltre a disegnare fumetti?

Oltre alle ripetizioni, le traduzioni di documentari di caccia e pesca, quelli venduti in edicola assieme le riviste tematiche, che però non faccio più ma che ho fatto per molti anni.

Aspetta… ma come sei arrivato a fare traduzioni per documentari dedicati alla caccia e alla pesca?

Io sono madre lingua francese, anche se non si sente. Molti di questi documentari erano in lingua francese e io mi mettevo con cuffie e VHS a tradurre battute su battute destinate al doppiaggio. Un lavoro mica facile, quando ho avuto l’opportunità l’ho mollato.

Nelle storie autobiografiche racconti spesso la tua infanzia. Lo Zerocalcare dodicenne, cosa leggeva?

Credo che quello fosse un periodo di transizione, stavo passando da Topolino ai Marvel. Ho cominciato a leggere tantissimi fumetti dedicati ai supereroi in quegli anni e poi, sempre in quella fase se non ricordo male, sono andato in fissa per Dragon Ball e poco dopo ho iniziato a leggere altri manga, cose come Ranma, Slam Dunk, Ushio e Tora. Devo dirti però che mentre i supereroi, tra alti e bassi, ancora oggi li leggo, la fase manga ad un certo punto è terminata.

Fumetti italiani invece? Leggevi qualcosa a quell’epoca?

Poche cose francamente. Leggevo molte pubblicazioni provenienti dal mondo Disney. Pk, ad esempio, mi piaceva tantissimo, così come Mickey Mouse Mistery. Ci sono autori come Silvia Ziche che ancora oggi adoro.

So che hai un profilo aNobii dove ogni tanto recensisci i libri che leggi, scorrendo un po’ le tue letture ho notato che i romanzi noir ti piacciono molto o sbaglio?

Moltissimo. Mi piacciono autori come Joe R. Lansdale, Don Winslow, Edward Bunker, Elmore Leonard, diciamo quel tipo di letteratura americana. Anche autori francesi come Fred Vargas o Jean-Claude Izzo. Questo genere mi piace davvero tanto anche se lontano dalle storie che disegno, diciamo che queste letture trovano sintonia con le serie televisive che preferisco o con un certo genere di cinematografia che seguo molto. Mi piace qualcosa anche della letteratura giapponese come ad esempio Murakami e Natsuo Kirino. Ah, e poi c'è José Saramago, nutro un vero e proprio amore per i suoi libri.

Cosa stai leggendo in questi giorni?

Adesso sto leggendo Il bar delle grandi speranze di J. R. Moehringer e mi sta piacendo molto, l’autore è lo stesso che ha scritto Open, l’autobiografia di Andre Agassi. Secondo me ogni insoddisfatto della vita si riconosce in quello che scrive Moehringer. In questo romanzo racconta il rapporto con sua madre e la separazione dei genitori, sono cose da leggere che ti scavano dentro, soprattutto per chi ha vissuto queste esperienze.

Posso dirti che io, nella mia esperienza da fumettaro, una fila fuori una fumetteria non l’ho mai vista. Con le tue presentazioni in giro per l’Italia accade questo. I fumettari e i fumetti in generale di solito erano roba per carbonari, oggi trovarsi in qualche grande libreria e trovare all’entrata accanto alla pila di Fabio Volo quella di Zerocalcare mi sembra un segnale di forte cambiamento del fumetto in Italia, che ne pensi?

In parte sta cambiando. C’è più attenzione sul fumetto, se ne parla di più su tutti i media. Credo che sia ancora molto lungo il percorso per riuscire a dare una dignità al fumetto come accade in altre realtà europee, vedi ad esempio la Francia. Però i segnali sono positivi. Tornato da Lucca Comics & Games mi sono letto l’ultimo libro di Gipi, Unastoria, che è un roba potentissima. In passato quando lessi LMVDM pensai a come avrei potuto cambiare il modo di fare fumetti… se esisteva un fumetto del genere io dovevo evolvere, quella lettura mi ha offerto la possibilità di fare un passo avanti nel mio modo di raccontare le storie. Dopo aver letto e riletto quest’ultimo di Gipi penso che ho ancora tanta strada da fare e credo di essermi un po’ sclerotizzato sulle vicende dell’armadillo: se esce un fumetto come questo appena pubblicato da Gipi, vuol dire che io devo crescere e migliorarmi. Unastoria mi ha fatto scattare un’altra volta la voglia di migliorarmi e di evolvere, come lo fece anni fa con LMVDM. Si capirà se il fumetto in Italia si è creato i giusti spazi di attenzione e di considerazione se quest’ultimo libro di Gipi avrà il successo che merita di avere. Se Unastoria riesce ad ottenere la visibilità che merita, vuol dire che il fumetto in Italia sta trovando finalmente un suo ruolo, se resta relegato all’ambiente degli appassionati allora i tempi non sono così maturi.

E l’atteggiamento degli editori nei confronti del fumetto ti sembra cambiato?

Non vedo grandi cambiamenti. Spesso se vuoi fare il mestiere del fumettista devi andare fuori l’Italia, magari in Francia dove investono su autori esordienti. Poi, eventualmente, se riesci ad emergere all’estero torni in Italia con una traduzione… se ci pensi è una follia. Ovviamente c’è anche nel nostro paese chi pubblica esordienti, ma i termini con i quali un esordiente riesce ad essere pubblicato rendono il fumetto un hobby per ricchi perché se per un lavoro di sei o sette mesi il compenso è minimo o a volte addirittura pagato con copie del libro, vuol dire che non c’è nessun incentivo a fare fumetti. Di fatto puoi fare fumetti nei ritagli di tempo quando hai un lavoro vero o se hai il supporto economico di mamma e papà. Devo dirti che io con la Bao Publishing questa cosa non l’ho vissuta, perché già dal contratto per la realizzazione del mio primo libro l’editore mi dava in termini economici l’autonomia che mi serviva per lavorare come fumettista, per fare quello come lavoro. È una roba che nel mondo del fumetto italiano non mi era mai capitata. A Lucca la Bao ha presentato altri giovani esordienti come Stefano Simeone e Alberto Madrigal che hanno realizzato cose bellissime, l’editore ha dato una dignità a quei lavori con libri fatti davvero bene ed ha investito su dei giovani, una cosa, ti ripeto, ancora rara.

Stiamo per chiudere, ti volevo chiedere: tu quando facevi merenda con il Soldino lo mangiavi all’inizio o alla fine?

Io lo mangiavo alla fine. E ti dico una cosa tremenda: a volte mangiavo esclusivamente il soldino di cioccolato.

Secondo te perché non lo producono più?

Non lo so, considero questa cosa parte delle vessazioni che la nostra generazione ha subito. C’hanno tolto un sacco di cose che avevano dignità di esistere, tra queste, appunto, il Soldino.

Andrea Patassini

Andrea Patassini detto Patassa รจ un lettore vorace, mangia romanzi, racconti, saggi, articoli, fumetti e mais tostato accompagnato da una buona birra. Quando gli riesce disegna robe strane. E a volte le pubblica pure. Per vostra sfortuna.

4 Commenti
  1. Bellissima intervista. Mi sono piaciute un sacco le domande sul processo creativo e su come vive l’attenzione mediatica. Complimenti!

  2. Grazie mille Leonardo, sono contento che ti sia piaciuta l’intervista. Grazie! ๐Ÿ™‚