Un testimone compassionevole – Intervista a David Grossman

 

Quando David Grossman entra nella stanza quasi non ci credi di avere di fronte un uomo che in poco più di un decennio è diventato un classico della letteratura mondiale, nonché uno dei più gentili portavoce del messaggio di speranza in Israele. Ma è lui. È come appare nelle fotografie, in tv, con il sorriso mite, la camicia celeste che non attira l'attenzione, le sopracciglia chiare che si inarcano ogni tanto, così trasparenti che bisogna essere molto vicini per accorgersene. 

David Grossman è a Milano per aprire BookCity con una conferenza sulla forza delle parole, io lo incontro con altre tre blogger in una saletta dell'hotel Cavour in cui il caldo asfissiante ci costringe a scolarci due bottiglie di acqua minerale. Noi passiamo nevroticamente dagli appunti al registratore, da un viso all'altro; lui misura i gesti, ci mette a nostro agio con qualche battuta, risponde dilungandosi volentieri.

«Niente politica, niente domande su mio figlio, solo sul mio ultimo romanzo» è la sua richiesta, ma non esita a tirare in ballo anche l'aspetto più impegnato della sua scrittura. «Israele è la mia realtà» dice, «così come l'Olocausto, che mi accompagna sempre, visto che sono nato pochi anni dopo la fine della guerra». Il libro cui fa riferimento è Applausi a scena vuota, uscito il 13 novembre per Mondadori, in cui racconta una «storia intima» portata in un «contesto pubblico», quello del cabaret. Grossman piazza sulla scena narrativa un cabarettista che si esibisce in un monologo privatissimo, suscitando nel pubblico le più disparate reazioni – chi si annoia, chi si sente preso in giro e lascia il locale, chi prova imbarazzo per quell'eccesso di intimità non richiesta, e chi invece scopre che proprio di questo aveva bisogno. 

L'idea gli è venuta all'improvviso, racconta, ma la storia di un bambino che deve andare al funerale di uno dei genitori ignorando quale dei due sia morto appartiene a una ventina d'anni fa. È anche la storia di due amici che si separano in un momento cruciale della loro vita, quando il lutto segna la fine dell'infanzia di Dova'le. Tra lui e l'amico di un tempo, ora ex giudice in pensione, anche lui reduce da un lutto, non è tutto finito: una seconda chance, tikun in ebraico, li aspetta quella sera. 

Grossman parla del suo libro con una visione chiara e limpida. Appassionato dell'idea che la scrittura serva a decodificare la realtà, si dimostra un perfetto interprete delle sue intenzioni narrative, e si illumina quando le nostre domande colgono nel segno. 

 

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Per cominciare, parliamo di lettura. Durante la sua infanzia, il protagonista Dova'le legge libri di autori che non sono propriamente per bambini, come Kafka e Thomas Mann. Anche tu da piccolo leggevi i classici della letteratura? So che sei entrato nel mondo del lavoro molto presto – avevi forse 10 o 11 anni quando hai cominciato a lavorare per la radio – quindi sono tentata di presumere che forse la risposta è sì.

 

La risposta è sì. Come dicevi, da bambino ero un attore radiofonico quindi sono stato introdotto molto presto alla letteratura mondiale. Probabilmente non ci capivo quasi niente, ma sentivo di farne parte, sentivo delle vibrazioni che provenivano da un mondo che io non conoscevo. Credo che ogni bambino provi l'urgenza di decodificare la lingua degli adulti. I bambini pensano che le cose vere accadono nel mondo dei grandi, e questa convinzione era per me una forte spinta a leggere la letteratura. Ora mi viene in mente un episodio buffo. Quando avevo sette o otto anni ho sentito alla radio una canzone che si intitolava The Witch (la strega). Era in inglese, e mi arrabbiai perché non conoscevo la lingua e pensai che invece tutti coloro che potevano capirne le parole dovevano essere grandi esperti di streghe. Questo mi spinse a studiare l'inglese. Volevo avere accesso al mondo dei grandi. 

 

Quindi la lingua è sempre un mezzo per scoprire e interpretare la realtà per te?

 

Sì, certo.

 

Alla fine del libro percepiamo la speranza. Durante lo spettacolo i due protagonisti subiscono una trasformazione, una catarsi. Il giudice si accorge di potersi riaprire all'amore dopo il suo lutto, Dova'le ne esce pieno di un sentimento nuovo, la nostalgia, che soppianta il senso di colpa. Hai voluto dare speranza alla fine? Ritieni che sia un elemento importante nella narrativa?

 

La speranza è importante nell'arte in generale. Siccome io sono uno scrittore, posso parlare della speranza nella letteratura, ed è fondamentale anche lì. È importante credere di poter cambiare una situazione, di riscrivere la realtà con le parole, usando parole diverse. 

 

Lo dicono anche i linguisti…

 

Sì, c'è un aspetto linguistico, ma io penso che ciò che ci rende umani è la nostra esigenza di riscrivere la realtà in modi diversi. Ora ti parlo da lettore. I libri che mi hanno veramente toccato e che mi hanno reso più consapevole non sono tanto i libri che io ho letto ma i libri che hanno letto me. Quelli che mi hanno letto dentro e hanno dato voce dentro di me a cose che altrimenti sarebbero rimaste mute. Penso alla Genesi. Quando Adamo è in Paradiso, c'è una scena in cui Dio gli chiede di dare i nomi agli animali. Dio ha creato il cielo e la terra, il buio e la luce e ha dato loro un nome. È strano, perché era da solo, a che gli servivano le parole? Eppure ha detto “Sia la luce”, lo troviamo proprio all'inizio del Vecchio Testamento. Poi ha creato Adamo e gli animali ed è curioso di sapere quali nomi sceglierà Adamo per loro. Se ci pensi, è bellissimo. Dio si occupa di fare "il grosso" della creazione, ma poi assegna a Adamo il compito di dare un nome alle nuances realtà. A quel punto si accorge che l'uomo è molto solo. È interessante questo: Adamo aveva scelto i nomi per gli animali, ma non aveva nessuno con cui parlarne. Per questo Dio crea Eva. La crea dopo. Il fatto è che a quel punto Adamo sentiva l'urgenza di parlare con qualcuno, perché è ciò che ci definisce come esseri umani: il bisogno di dare nomi alle cose e di parlarne con altre persone. Questo è alla base di tutto.

 

Prima, rispondendo alla domanda di Noemi Cuffia, hai detto che ognuno di noi ha bisogno di almeno un “testimone compassionevole” nella propria vita, qualcuno che ci veda vivere, ci capisca, ci interpreti. Qual è il tuo testimone compassionevole?

 

Ho un grande privilegio, ci sono almeno quattro persone nella mia vita che conosco da molto tempo, amici di vecchia data. Uno dei miei migliori amici lo conosco da quando avevo 11 anni, poi ci sono altre quattro persone, tra cui mia moglie, con cui “corro” [un'espressione cara a Grossman, vedi il romanzo "Qualcuno con cui correre"] da almeno 40 anni – forse addirittura 45 – e loro sono ancora compassionevoli con me. Mi conoscono da più di 40 anni eppure mi apprezzano ancora! Non è roba da poco! E io spero di essere un testimone compassionevole per loro. 

 

L'ultima domanda è quella che Finzioni fa a tutti gli scrittori che incontra: se potessi flirtare con un personaggio letterario, quale sarebbe?

 

(Ci pensa su per un po', è la prima domanda che lo mette in difficoltà) La signora Ramsey di Gita al faro di Virginia Woolf. Quando ho letto che moriva a metà libro mi si è spezzato il cuore. Ma sarebbe amore vero, non un flirt… (Serio) E probabilmente anche mia moglie sarebbe d'accordo (Ridendo). 

 

***

 

David Grossman lascia la stanza dopo un'ora esatta, stupito di essere riuscito a rispettare la tabella di marcia. Sosta un po' sulla soglia. I riti delle strette di mano, degli autografi e delle foto sono stati già consumati. Per qualche motivo, prima di esprimerci aspettiamo che se ne sia andato, che non possa sentirci. Applaudiamo anche noi a scena vuota.  

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

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