Una merenda con Bianca Pitzorno

Chi l’avrebbe detto due settimane fa, mentre scrivevo questa lettera a Bianca Pitzorno, che di lì a breve l’avrei incontrata per un’intervista? Io per esempio non l’avrei detto. E invece proprio l’altro ieri ero con lei e un gruppetto di altri blogger a bere succo di frutta e a chiacchierare di morte, condizione femminile, letteratura, avi bizzarri e mitologia (e anche di operazioni per cambiare il sesso e di cocaina, se proprio vogliamo dirla tutta).

L’occasione, naturalmente, è stata la recente uscita del suo romanzo La vita sessuale dei nostri antenati, una storia di memoria e ipocrisia, di dolore e di passioni, che questa volta l’autrice riserva ai suoi lettori adulti, ma soprattutto dedica a se stessa. Il libro infatti, frutto di due anni di lavoro, Bianca se l’era scritto per sé, prendendo la decisione di pubblicarlo solo una volta ultimato. E lo ha costruito ignorando eventuali future obiezioni di editori e lettori, «infischiandosene», e mettendoci dentro tutto quello che le appartiene e le piace. Di qui le citazioni erudite – dall’Eneide alla Gerusalemme liberata, dall’Iliade a Dante – che in origine erano molte di più rispetto a quelle che troviamo ora, o la struttura “sinfonica”, per cui piccoli cenni abbozzati all’inizio si sviluppano via via più compiutamente, o ancora la presenza costante dell’arte (e anzi, nel progetto iniziale il testo doveva essere accompagnato da tavole). Il lettore può cogliere tutti i riferimenti, o può non farlo; può saltare le citazioni che lo annoiano o che non comprende. Al limite può abbandonare il libro a metà. Bianca lo sa, ma non è questo che le importa, perché chi scrive deve fare i conti prima di tutto con se stesso e la carta, non con il pubblico. E il suo tentativo è di essere «molto più fedele agli scrittori che ho letto, piuttosto che ai lettori che mi leggeranno».

Alle questioni legate al libro si affiancano aneddoti personali (la nonna, matriarca sarda atipica, che voleva viaggiare e provare la cocaina), progetti futuri (una storia degli antenati per i nipoti, corredata di fotografie d’epoca fatte da uno zio), considerazioni a proposito della cosiddetta famiglia tradizionale (che danno può fare alla famiglia tradizionale se due donne o due uomini si sposano? E comunque anche il concetto di “famiglia tradizionale” è tutto da chiarire).

Due settimane fa scrivevo che Bianca ci ha insegnato coi suoi libri la curiosità e la voglia di grattare oltre la superficie, ora posso testimoniare che lei è così, curiosa e profonda. Aggiornata su tutto quello che ci circonda, da Conchita Wurst a Harry Potter, e attenta ai dettagli, anche se magari nessuno li nota (volete sapere quanto lavoro di ricerca sta dietro alla semplice cifra di 3500 franchi che la vedova Dupont chiede a Olivares?). Non per pura pignoleria, o per snobismo, ma perché approfondire, capire e sapere è naturale e necessario per fare le cose bene.

E nonostante l’emozione, la «piccola lettrice» è riuscita anche a fare qualche domanda a Bianca. Eccole:

In tutti i suoi libri, in quest’ultimo come in quelli per bambini, la famiglia, anche allargata, è sempre protagonista e i personaggi principali sono affiancati da nonni, zii, cugini, nipoti. I genitori invece sono spesso assenti, o perché sono morti, o perché sono lontani, sia fisicamente, sia dal punto di vista emotivo. Qual è il motivo di questa scelta?

Questo è quello che ho visto nella mia vita. Alle elementari, al ginnasio e al liceo ero in una classe femminile e, essendo una città piccola, ci frequentavamo tutte e conoscevo le famiglie delle mie compagne di scuola. Ma solo una aveva la classica famigliola “papà-mamma-bambino”, con la mamma che la sbaciucchiava, cosa per cui era lo zimbello della classe. Perché tutti i nostri genitori, a cominciare dalle mamme, lavoravano. E anche se non lavoravano, mica stavano in casa. Se si potevano permettere una bambinaia appioppavano i bambini a lei, altrimenti li appioppavano a qualche nonna, e loro andavano a giocare a canasta o a prendere l’aperitivo. Se comunque vogliamo fare un discorso “più scientifico” e tornare indietro alla mia formazione antica di greca prima ancora che di sarda, le storie familiari più strane le ho apprese studiando e traducendo dal greco. E ho imparato che il mondo non è quello del Mulino Bianco, né quello del sussidiario che avevamo alle elementari, con il re, la regina e le principessine.

All’interno di questo romanzo sono moltissimi i riferimenti ai suoi libri precedenti. Per citarne solo alcuni: la ruota delle monache in cui venivano abbandonati gli orfani (Polissena del porcello), la tartaruga che si rovescia sul guscio (Ascolta il mio cuore), lo stesso ultimo pasto dello zio Tan, che mi ha fatto venire in mente il pranzo a seguito del quale la mamma di Barbara partorisce (Principessa Laurentina). Tutti questi riferimenti li ha messi per noi, ex lettori bambini cresciuti con i suoi libri, per fare una “summa” della sua opera, per divertimento?

Tornano perché fanno parte della mia esperienza. Anche Ada che perde i genitori sotto le bombe ricorda Elisa (Ascolta il mio cuore, ndr) allevata dalla nonna Mariuccia, che è di tutt’altra stirpe. E se noi ci mettessimo a studiare la vita sessuale della nonna Mariuccia, chi lo sa cosa sarebbe venuto fuori? Tornano, perché fanno parte della mia vita: la tartaruga ad esempio è il mio animale preferito e il mio totem. Mi dispiace aver visto che adesso compare sulle magliette di Casapound, ma la tartaruga non ne ha colpa!

Mi piacerebbe sapere cosa l’ha influenzata, tra le letture di quando era bambina, nel suo scrivere e più genericamente nel suo orizzonte culturale. Io per esempio riconosco che la sua scrittura ha contribuito a formare il mio modo di fare e di esprimermi, la mia sensibilità nel trovare divertenti le cose. E di sicuro va ai suoi libri anche parte della responsabilità della mia scelta di fare Lettere Classiche.

Io ero una lettrice brada, perché leggevo di tutto. Leggevo libri per bambini: tutti i classici per ragazzi, e la mia passione era la serie di Bibi di Karin Michaëlis. E poi c’erano i libri di Vallardi e Marigold della Montgomery, che cito all’inizio del romanzo. Però io leggevo anche libri dei miei genitori di cui non capivo niente, e che comunque mi piacevano. Ma una delle mie letture preferite era Tempo Medico, una rivista della Menarini che mandavano in omaggio a mio padre. In questo giornale c’erano tante belle illustrazioni, racconti e anche lettere scientifiche, e mi ricordo sempre che ho letto – avrò avuto nove anni – la descrizione dettagliata di un’operazione per il cambiamento di sesso di un personaggio famoso. Io ero affascinata, altro che leggere le storie delle fate che trasformano la zucca in cocchio; quando arrivava a casa, aspettavo che mio padre lo leggesse e poi lo prendevo di nascosto. E probabilmente anche questa operazione del cambio di sesso mi ha influenzato nella scrittura di queste storie!

[Qui trovate un’altra intervista a Bianca Pitzorno in occasione della Children’s Book Fair.]

Silvia Banterle

Al contrario di tutto il resto del genere femminile, non vede l’ora di invecchiare, per poter finalmente essere acida come Emma Thompson in Saving Mr. Banks. A proposito, un attimo fa avete sbagliato a pronunciare, il suo cognome è sdrucciolo.

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