MetaMaus: why the Holocaust? Why mice? Why comics?

Era il 1986 quando veniva pubblicata la prima parte di Maus, il 1992 quando Art Spiegelman riceveva il premio Pulitzer a conferma del successo di un’opera che più di tutte ha dato dignità al fumetto, riconoscendogli validità e efficacia anche nell’affrontare tematiche di non fiction.

Il 4 ottobre scorso, in occasione del 25° anniversario dalla pubblicazione, è uscito nelle librerie americane Meta Mouse: un libro che è un’intervista su un libro, che è basato a sua volta su un’intervista.

Per i pochissimi che non sanno di cosa stiamo parlando, ricordiamo che Maus è una graphic novel che affronta il tema dell’Olocausto seguendo due narrazioni: il racconto che Vladek Spiegelman fa al figlio Art riguardo alla sua esperienza in campo di concentramento, e le scene vita quotidiana della famiglia Spiegelman dopo il trasferimento negli Stati Uniti, all’indomani della guerra. I protagonisti, e qui sta l’ulteriore innovazione rispetto al filone autobiografico e memorialistico legato alla Shoah, hanno le fattezze di animali: gli ebrei sono topi, i nazisti gatti, i francesi rane e così via.

Tornando al grandioso progetto MetaMouse, esso si propone di decostruire l’opera originale, indagare il dietro le quinte del processo creativo per mostrare il senso di un’opera la cui realizzazione fu inevitabile ma profondamente sofferta. La struttura è ancora una volta quella dell’intervista, stavolta rilasciata da Art alla professoressa universitaria Hillary Chute, che si articola intorno a tre quesiti cruciali: perché l’Olocausto? Perché i topi? Perché il fumetto?

Spiegelman tenta di rispondere con l’aiuto di un esteso apparato di documenti, fotografie, appunti, bozzetti, unitamente a un dvd contenente registrazioni audio del padre Vladek e un filmino girato ad Auschwitz nel 1987.

Così si ha ad esempio l’occasione di dare una sbirciata nel “Family Album" che contiene la testimonianza della moglie, Françoise Mouly, sui tredici anni di gestazione di Maus al fianco di Spiegelman, fra momenti di depressione nera, entusiasmo e fasi creative di ostinato isolamento. Lo stesso Spiegelman scrive del rapporto controverso con la sua creatura: soprattutto dopo il grande successo di vendite, fu grande il senso di colpa “perché [Maus] era costruito su una tragedia”. E in MetaMaus il tema della commercializzazione dell’opera è ampiamente analizzato: una delle vignette che più colpisce è proprio quella che ritrae un prigioniero ebreo, nella sua divisa a righe e stella di David, mentre stringe un Oscar.

In attesa dell'uscita di MetaMaus in Italia, qui c'è il book trailer, che vi dà l'idea di quanto il libro sia anche fisicamente e graficamente invitante.

Viviana Lisanti

 

 

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.