Senza l’Iran, Borges diventa Kafka

photo credit http://www.flickr.com/photos/jocolibrary/
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Attualità & Approfondimento / Senza l’Iran, Borges diventa Kafka

“In un deserto dell’Iran c’è una torre di pietra non molto alta che non ha né porte né finestre. Nell’unica stanza della torre (pavimento sporco a pianta circolare) ci sono una scrivania di legno e una panchina. In questa cella circolare un uomo che mi somiglia sta scrivendo in un alfabeto che non conosco un lungo poema su un uomo che in un’altra cella circolare sta scrivendo un poema su un uomo che in un’altra cella circolare… Il processo è infinito, e nessuno saprà mai che cosa stanno scrivendo i prigionieri”.

Bella, eh? Infatti è di Borges. Si intitola Un sogno, e uscirà nel prossimo numero del New Yorker (traduzione dallo spagnolo all’inglese di Suzanne Jill Levine, traduzione dall’inglese all’italiano del sottoscritto, ah, la traduzione, quell’infinito processo per cui un uomo in una cella circolare cerca notizie per la rubrica di Finzioni e… ehi, ma sono io!).

La parola Iran è il punto. Anzi; il punctum, “l’aspetto emotivo, ove lo spettatore viene irrazionalmente colpito da un dettaglio particolare della foto” (Barthes, ça va sans dire: sostituisci “spettatore” con “lettore” e “foto” con “testo”, ma forse c’eri già arrivato). La parola Iran ci colpisce irrazionalmente perché in queste settimane l’Iran ha intasato Twitter, poi è morto Michael Jackson e l’Iran ce lo siamo un po’ dimenticati, poi c’è stato l’Honduras e ci siamo detti che l’Iran, per lo meno, sappiamo più o meno dov’è.

Che cosa ci fa l’Iran nel frammento di un sogno di Borges? Ci fa quel che gli pare, ci mancherebbe: ci sono stati almeno duemila 11 settembre prima dell’11 settembre 2001, e almeno duemila scrittori hanno buttato giù pagine di diario o resoconti di sogni datati 11 settembre, noi leggiamo quella data e il dettaglio irrazionale ci colpisce immediatamente, così dimentichiamo per un attimo il contenuto del diario e ci concentriamo sulla data, una cosa abbastanza idiota. Irrazionale, appunto.

Perché il New Yorker pubblicherà il frammento di un sogno di Borges in cui compare la parola Iran? Perché è un giornale, e i giornali devono essere sul pezzo. Ma proviamo a rileggere il sogno di Borges togliendo la specifica geografica: in un deserto c’è una torre di pietra che blablabla. Funziona lo stesso. Anzi, funziona meglio: fuori dalla determinazione geografica concreta, la vertigine circolare è ancora più vertiginosa, e il sogno di Borges diventa un sogno di Kafka. Petizione non richiesta: togliamo l’Iran dal sogno di Borges, che se no arriva il primo critico letterario pseudo-ggiovane e si mette a dire che l’alfabeto sconosciuto e il processo infinito sono una premonizione di Twitter, e di quello che Twitter sta(va) facendo per l’Iran, e non se ne viene più fuori.

Simone Rossi

simone rossi

simone rossi è uno scrittore a cui piace suonare.

1 Commento
  1. Il collegamento tra Iran torre e 11 settembre mi sembra forzato in partenza. La circolarità infinita del tempo è invece pertinente e centrale:la finzione promuove l’eternità che la realtà smentisce.
    Saluti
    Vincenzo Bonicelli della Vite-Bologna