american hardcore Strettoie (pt. 2/3)

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Il salto è carpiato ma non va oltre la medaglia di bronzo. Se di Black Flag si parla, è matematico affrontare il volume di Steven Blush American Hardcore. Fin troppo facile.

Uscito in Italia per i tipi di Shake nel 2007 con la parola Punk in mezzo al titolo, l’enciclopedico libro ripercorre la nascita e la storia di un movimento nato e morto in sei anni sei (80-86), e riciclatosi poi in altro, tanto altro, troppo altro per non snaturarne intenti e natura primordiale. Il tonicissimo torace di Henry Rollins – recentemente avvistato dalle parti di Charming in veste di nazi monofacciale alle prese con una combutta versus i figli dell’anarchia – in copertina mette subito le carte in tavola e ricorda all’avventore che di strada – strettoia? – si tratta con annessi di violenza e brutalità varie. La divisione per città e relative scene mostra l’acuirsi progressivo della forza di una realtà davvero sentita e necessaria, probabilmente l’ultima a scaldare gli animi di tanti giovani statunitensi e non. Bad Brains, Husker Du, Minutemen, D.R.I., Dead Kennedys e infiniti altri sono i nomi da tenere a mente, alla ricerca di un senso nella comprensione del degrado sociale – siamo sempre lì – che come la navicella aliena in District 9 – e pure in V – alberga sulle teste della gente, assueffata da inettitudine ed intorpidimento intellettuale di matrice reaganiana. Live fast, die young.

Il gran finale con Richard Yates nella prossima puntata.

Stefano Fanti