
The Godfather / Ernest Hemingway
Si dice che Ernest Hemingway scrivesse in piedi come quando imbracciava il suo fucile. Parlava del suo strumento come fosse un’arma storta e spuntata che andava costantemente affilata sulla mola. Era un duro il buon vecchio “Papa”. Si dice che Hemingway, durante la Grande Guerra, salvò un soldato caricandoselo in spalla e trasportandolo fino al campo base nonostante avesse un ginocchio praticamente maciullato da una raffica di mitra. Si dice che Hemingway fosse uno spaccone che ci provava con le signorine della borghesia americana in villeggiatura a Cuba intortandole con racconti sulla caccia al leone ai piedi del Kilimangiaro.
Nel voluminoso compendio del gossip creato attorno a Ernest Hemingway, fatto di biografie presunte e di memorie talora inventate, si dice tutto questo e molto altro ancora. Così nasce il mito, la leggenda. Ma, incerti della sostanza che dà corpo alla verità e alla finzione, abbiamo ancora, per fortuna, un ultimo rimedio al mito: le parole dello scrittore.
“Tutti i buoni libri hanno in comune una cosa, quando ne leggi uno senti che tutto quello che c’è scritto è accaduto, che è accaduto a te, e che appartiene a te per sempre: la felicità e l’infelicità, il bene e il male, l’estasi e il dolore. Se sai dare questo al lettore, allora vuol dire che sei uno scrittore”.
Ma, altro che rimedio, forse queste parole sono il più stretto alleato del mito. La sapeva lunga il buon vecchio Hemingway.
Michele Marcon
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