Goodbye, Janette

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Harold Robbins ti stordisce con le sue scene di sesso estremo, che si stagliano nel racconto come grossi e nodosi tronchi di quercia in una distesa piatta di papaveri pigri. Non stanno malissimo nell’insieme e questo vomitatore di romanzi, che stravende a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, riesce nell’impresa di violentare il genere Harmony e tramutarlo, a pieno diritto tra l’altro, nel genere erotico.

Ero partita con l’intenzione di parlarne come di un prodotto inaccettabile: Goodbye, Janette è scritto male (sì, anche nella versione in lingua originale) – il che non ne fa necessariamente un cattivo libro, ma aiuta -, talmente male che genera il desiderio morboso di finirlo per scoprire quanto in basso può arrivare. Delusione: il picco più infimo si tocca nei primi capitoli, dopo di che le sorti di Tanya, Janette e Lauren si risollevano per vivacchiare fino all’ultima pagina in una mediocrità noiosa. Tanto ormai Harold ti aveva agganciato a pagina 3.

Quando parlo di bassezze però non parlo mai delle scene erotiche: poche, sostanziose e ben piazzate. Toccano tutti cliché, che solo una trentina di anni fa erano ancora inconfessi e inconfessabili, del desiderio umano. Non ci facciamo mancare di sfiorare un incesto, lo stupro (di una ragazzetta), la tortura, il sadomaso, l’omosessualità, il tormento dell’impotenza fisica ma non mentale, i giochi di potere, il sesso sul luogo di lavoro, fino a riprendere il topos un pochino più fine della malmaritata.

Goodbye, Janette è una lettura che per la sua banalità e l’intrinseca brama di cattivogusto può shockare anche oggi una persona fornita di un livello di pudore di poco sopra la media. Sicuramente sconvolgerà chi come me lo ha scovato nella libreria personale della mamma tra tanti Longanesi, libri di ricette e guide per ricamare all’uncinetto. Esercita ancora del magnetismo la bella edizione del 1981 (anno di uscita), con uno frangiato segnalibro rosso incorporato, consumata, con orecchie e pagine sgualcite nei punti giusti. Che ora giace sulla mia libreria.

Ada Micheli

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

2 Commenti
  1. Per farsi un’idea anche peggiore della produzione di Harold Robbins è sufficiente aprire “Lo stallone” (1996). Molto più recente della criticata (e criticabile) Janette… Dispensa consigli su come arricchirsi stile “Millionaire” e scene di sesso disponibili sulle televisioni locali dopo le televendite di improbabili articoli casalinghi.

    Ma ci sono molti alti titoli dello stesso autore che possono riscattare una prima impressione negativa: “Mai amare uno straniero” 1948. Giusto per citarne uno (il primo).