Sesso per medievalisti

bacio

Cunnilibrus / Sesso per medievalisti

Quando ancora si avvertiva il senso del proibito, il sesso era più bello. A tutti i livelli.

Potrebbe essere questo il motivo per cui molti giovani letterati all’università scelgono di diventare medievalisti. La pulsione sessuale sprigionata dalla letteratura degli erroneamente chiamati anni bui è mastodontica. Certo bisogna capirne simboli e rimandi per apprezzarla in pieno, altrimenti è tutto un leggere di anelli e spade, mantelli e veli, fiori e unicorni.

La lirica trobadorica – in misura minore quella trovierica e tutti i generi prosastici dell'epoca – sono zeppi di sesso.

 Sesso ovunque, sesso gentile, sesso mascherato, ma il fine del trovatore, del cavaliere, del signore è pur sempre quello di possedere la dama. A parte i componimenti goliardici, dove le oscenità si sprecano, esiste una e una sola lirica cortese degna di tale nome completa di scena esplicita. Una piccola pausa dai pani avvolti dal mantello, da pugnali conficcati in anelli e via dicendo come sopra.

Scritta da l’unico trovatore che per la sua autorità poteva permettersi di passare indenne palesando tale ardore, Farai un vers, pos mi sonelh (il titolo è il primo verso: “Comporrò un canto poiché sonnecchio”) ha come autore Guglielmo IX conte di Poitiers e duca d'Aquitania, nonché primo trovatore noto.

La vera bellezza della canzone non risiede tanto nei versi stessi, divertenti sì, cortesi anche, ma non capolavori. Il vero capolavoro l’hanno fatto gli studiosi di filologia romanza con il loro modo di porsi, costante nei decenni, di fronte al componimento.

Guglielmo incontra due donne e si finge muto per godere delle loro attenzioni. Le due, scaltre mica da ridere, lo nutrono, ma nel dopo banchetto  vogliono accertarsi che l’uomo sia davvero muto. Prendono allora il gattone di casa, gli tirano la coda e, con fuori gli artigli, lo piazzano a mo’ di rastrello sulla schiena di Guglielmo. Stoico, l’impostore riesce a non urlare di dolore. Anzi, le frega lui le signore, in ogni senso: 188 sono le volte che in otto giorni chiusi in casa se le fotte. Furbo, no?

Ancora più furbi sono i filologi di ieri e di oggi, che non traducendo mai questo versi per pudicizia, omettendoli addirittura o relegandoli alle note in calce, hanno alimentato e alimentano un mondo che non esiste più, fatto di smania di correre alle pagine calde e di sbirciatine alle gambe accavallate sotto i banchi.

 

Tant las fotei com auziretz: / cent et quatrevinz et ueit vetz, / que a pauc no'i rompei mos corretz / e mos arnes; / e no'us puesc dir los malavegz / tan gran m'en pres. (vv. 73-8)

Ada Micheli

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

2 Commenti
  1. ma il testo dice
    Tant las fotei com auziretz:
    cent et quatrevinz et ueit vetz,
    che a me pare sia 188 e non 128.