Volare, ciuf ciuf

L'immagine viene da qui.

(mi arrendo all’agenda setting e parlo di freddo, se non ti interessa, cambia pagina)

Due anni fa proprio in questo periodo mi trovato a Roma con Michele Danesi; una strana clausola del nostro contratto, con cui non ho voglia di annoiarvi, ci spedì lì per un corso d’aggiornamento che definire inutile è fargli un complimento. Nevicò esattamente quando eravamo sul cupolone, e tutta una serie di foto, anche con queste non ho intenzione di annoiarvi, lo possono testimoniare meglio di molte mie parole.

Che nevichi d’inverno non è poi così apocalittico e i Maya, cari amici lettori creativi, non c’entrano niente. È nell’ordine delle cose dalla fine dell’ultima glaciazione e sembra che il resto dell’umanità abbia imparato a conviverci con le dovute precauzioni. Ma non a Nottingham, direbbe Cantagallo.

Ma non in Italia, dove una nevicata blocca per 7 ore un treno, in Romagna, tra Forlì e Forlimpopoli. Odio parlare del tempo, a meno che non mi trovi in ascensore con degli sconosciuti. Certo che non vorrei, l’hanno già fatto tutti i giornali e non è servito a niente. Le previsioni del tempo non servono. Nulla serve davanti all’incompetente gestione della cosa pubblica.

Parliamo dei treni? Ogni anno nevica, e puntualmente il traffico va in tilt. Mi chiedo come facciamo in Svezia, ad esempio. Lì usano le slitte? Se fossi Salomè chiederei la testa di Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Trenitalia. Il vassoio d’argento se lo possono tenere, usino pure uno sacchetto in carta riciclata. Ho pensato cose simili, perché a sentire notizie simili c'è da arrabbiarsi, no? E nel frattempo il prezzo del biglietto del treno è pure aumentato.

“Ok, Andrea dove vuoi arrivare?”. Non so dove voglio arrivare, è più uno sfogo. Preferisco il caldo e il mare, figuratevi voi se rimanere chiuso per sette ore in un treno è un'opzione che possa considerare. Ma è in momenti come questo che anch’io, per tranquillizzarmi, mi domando cosa fanno le anatre del laghetto di Central Park, insieme al giovane Holden.

– Be', sa le anitre che ci nuotano dentro? In primavera eccetera eccetera? Che per caso sa dove vanno d'inverno? 
– Dove vanno chi?
– Le anitre. Lei lo sa, per caso? Voglia dire, vanno a prenderle con un camion o vattelappesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelappesca? 
Il vecchio Horwitz si girò tutto di un pezzo sul sedile e mi guardò. Aveva l'aria d'essere un tipo nervosetto. Non era affatto malvagio, però. – E come diavolo faccio a saperlo?- disse. – Come diavolo faccio a sapere una stupidaggine cosí?  (…)
Ma fu lui stesso a riattaccare. Si girò tutto un'altra volta e disse: – I pesci non vanno in nessun posto. Restano dove sono, i pesci. Proprio in quel dannato lago. 
– Ma i pesci… è un'altra cosa. I pesci sono un'altra cosa. Io sto parlando delle anitre, – dissi. 
– Perché è un'altra cosa? È proprio tale e quale, – disse Horwitz. Qualunque cosa dicesse, aveva l'aria d'essere arrabbiato. – Per i pesci è molto peggio che per le anitre, Cristo, l'inverno e tutto quanto. Faccia funzionare il cervello, Cristo! 
Io non dissi niente per un minuto almeno. Poi dissi: – Va bene. E cosa fanno, i pesci e compagnia bella, quando tutto il lago diventa un solo blocco di ghiaccio, con la gente che ci pattina sopra e via discorrendo? 
Il vecchio Horwitz si girò un'altra volta.
– Che diavolo vuol dire, cosa fanno? – mi urlò in faccia – Restano là dove sono, Cristo. 
– Ma non possono non accorgersi del ghiaccio. Non possono non accorgersene. 
– E chi è che non se ne accorge? Nessuno può non accorgersene! – disse Horwitz.

Capito Alemanno, capito Moretti? Nessuno può non accorgersene, aspetto la vostra lettera di dimissioni entro domani mattina sulla mia scrivania. Buon freddo amici, scaldatevi con un bel libro.

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

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