Letture e sottofondi

(Photo credit: Conor P. Dempsey)

“Se analizzassimo un racconto scritto oggi a Roma, a Londra o a Tel Aviv, e lo paragonassimo a un racconto di Cecov o di Turgenev, scritto cioè cent’anni fa, noteremmo senza dubbio una differenza, ma molto inferiore a quella riscontrabile fra due opere musicali, per esempio di Schumann e Bartòk. Ecco perché la letteratura funziona ancora, viene letta, mentre nessuno ascolta la musica contemporanea, e la pittura è comprata soprattutto dai musei e non dai privati”.

Parole e musica di Abrahan B. Yehoshua – tratte da suo Il lettore allo Specchio – che, senza mezzi termini, lapidano con veemenza la musica contemporanea ma soprattutto chi (non) ne fruisce. È il caso di trovarsi d’accordo? In parte: il ragionamento che vede la letteratura come resistente al tempo ed alle intemperie rispetto a certa musica è corretto, ma non esaustivo e, soprattutto, ha la grave mancanza di non mettere in relazione le due arti. Quello che vuole fare questa nuova rubrica, è proprio questo, legare musica (certamente non solo di classica contemporanea si vuole parlare) e letteratura in un matrimonio produttivo, dove il libro è la guida e le note il sottofondo, ma, potenzialmente, potrebbe anche essere il contrario.

L’ascoltare musica durante la lettura è una pratica diffusa ma non sempre amata (ancor peggio quando si parla di scrittura, men che meno se si parla di canzoni italiane mentre si scrive nella stessa lingua), interferisce, infatti, su alcuni ricettori, che pungono su entrambe le fruizioni, crepandole. È un po’ come guidare e mandare un sms contemporaneamente, il rischio di finire fuori strada ed inviare, alla persona sbagliata, una testo del tipo hdfsfsiub sjkfsk, è inversamente proporzionale alla freschezza mentale della segretaria (che poi è Smelly) di Warwick Davis nel capolavoro assoluto Life’s Too Short.

Ma si-può-fare! e noi lo dimostreremo, accoppiando sentimenti e vibrazioni che si scambiano e migliorano, accrescono il piacere, cogliendo le sfumature di una parola scritta e spedendola nel bel mezzo di un riff, creando qualcosa di nuovo ed unitario, incapace di ostacolarsi ma, al contrario, adatto alla convergenza.

I luoghi sono molto importanti per questo tipo di esperienza: in casa, nella quieta solitudine (che bisogna essere molto forti per amare, ci diceva PPP), la musica strumentale è una scelta sempre vincente perché ampia nel suo creare spazio al ragionamento del lettore: non a caso, nella prima puntata di questa nuova rubrica, parleremo di Tommaso Pincio e del suo Lo Spazio Sfinito, andando a cercare un allargamento onnicomprensivo accompagnati dalle fluttuazioni oniriche  dei Tangerine Dream e della musica cosmica tutta. Il libro prende vita lassù, le lettere sono tangibili, l’esperienza diventa totalizzante.
Nel caso di un viaggio in treno, la tortura delle persone che parlano di amenità o dei telefoni che suonano a volumi ciclopici è troppo forte per essere sopportata: per questo servono muscoli e botte di adrenalina, direttamente nelle orecchie e negli occhi. Parleremo anche di questo.

E si proseguirà così, tra generi, brani e musicisti al servizio del libro e della sua lettura ancora più profonda, ancora più ricca in una sorta di metalettura che cresce invece di snaturarsi.

Se poi, amate particolarmente il silenzio, c’è sempre John Cage.

Stefano Fanti

Stefano Fanti è fuggito da Milano e ora vive nella bucolica provincia alessandrina. Scribacchino per varie testate online e non, si occupa principalmente di musica e letteratura. Soffre di una grave dipendenza da serie tv che lo porta a confondere Randy Hickey con Randy Marsh. Ama, tra le altre cose, fantascienza, horror e la psichedelia in ogni sua veste.

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