Materialismo spirituale

Andiamo al sodo: American Gods, capolavoro immenso di Neil Gaiman, non può essere discusso. Troppo lungo, tensione assente per essere un romanzo di genere (definizione non totalmente appropriata), digressioni  frequenti: queste le accuse ad una storia che ha vinto nell'ordine Premio Hugo, Premio Nebula e Premio Bram Stoker (e anche altro probabilmente), e che nel navigare a vista di Shadow, protagonista del romanzo, descrive tanto il flusso vitale quanto lo spirito narrativo, tanto la condizione umana quanto la finzione epica, che evidentemente è più tangibile della realtà.

Il viaggio di Shadow, personaggio apatico, privo di personalità o slanci umani, senza reazione e psicologia (un'ombra, non a caso), mette in luce una visione nitida della generazione occidentale, statunitense in particolare: gli USA si guardano allo specchio e scoprono un faccia a faccia tra materialismo e spiritualità – la guerra tra gli Dei antichi e quelli moderni del racconto – che non ha soluzione, visto che i nuovi divini siamo noi, ma abbiamo scelto la strada sbagliata.
 
L'Olimpo di personaggi creati da Gaiman – che, come leggiamo sulla copertina dellíedizione Mondadori del libro nella citazione di William Gibson, ha un'immaginazione infinita – ci trasporta in un universo lontano per spettro, ma quotidiano per natura (i motel, i ristoranti), snaturato dall'evoluzione umana (dal punto di vista divino, naturalmente) e reso landa desolata in cui Odino come la dea Kali, Anansi come Anubi o Thot, vagano alla ricerca di ciò che erano (ma anche di vendetta e, di conseguenza, redenzione) e mai più saranno.
 
Siamo su livelli narrativi multipli in cui perdersi è semplice, ma con l'attenzione che merita un'opera del genere, la meta porta all'illuminazione (dei permettendo).
 
Per rendere il viaggio ancor più suggestivo, la scelta della colonna sonora è fondamentale, e visto che siamo qui per questo, non perdiamo tempo e rivolgiamo i padiglioni in casa Tucker, Alexander Tucker
 
Il genietto del Kent, esempio vivente di evoluzione, convergenza e ispirazione, trasporta nel suo bagaglio di note lo stesso spirito epico dell'opera di Gaiman: nato, e mai morto, come noisemaker  – e dal vivo i trascorsi si palesano prepotenti – ha percorso il tragitto a ritroso, inserendo elementi folk e psichedelici sempre più frequenti nei suoi album, fino a giungere alla recente coppia di dischi (entrambi usciti per l'etichetta delle etichette Thrill Jockey), Dorwytch e Third Mouth, caratterizzati da flussi languidi ed eterici. Melodia metafisica e laicamente devozionale, come le preghiere che mancano agli Dei, e come i boati che anticipano la tempesta.

Stefano Fanti

Stefano Fanti è fuggito da Milano e ora vive nella bucolica provincia alessandrina. Scribacchino per varie testate online e non, si occupa principalmente di musica e letteratura. Soffre di una grave dipendenza da serie tv che lo porta a confondere Randy Hickey con Randy Marsh. Ama, tra le altre cose, fantascienza, horror e la psichedelia in ogni sua veste.

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