Sergio Gerasi | In inverno le mie mani sapevano di mandarino

Poi ascolto “So Long Marianne”
e tutto torna alla mia piatta realtà.
Torno finalmente alla mia quotidiana
inconsapevolezza.

Milano è una città che ho dovuto imparare ad amare. Se avessi letto In inverno le me mani sapevano di mandarino di Sergio Gerasi anche solo tre anni fa, penso che non sarei assolutamente riuscita ad apprezzarlo o forse mi sarei semplicemente limitata alla bellezza della trama e non avrei lodato la cura nell’ambientazione. Perché è proprio Milano a far da sfondo all’ultima opera pubblicata da Bao Publishing nella collana Le città viste dall’alto ed è proprio il capoluogo lombardo a trasformarsi e adattarsi ai pensieri di Nani, il sensibile protagonista di questa graphic novel.

IN-INVERNO-LE-MIE-MANI-SAPEVANO-DI-MANDARINO-COVERSin da piccina abbinavo alla parola Milano gli aggettivi grigia, trafficata e rumorosa: una piccola campagnola come me non poteva di certo apprezzare quel ritmo frenetico, quella corsa all’ultimo treno, quel pigiarsi nei vagoni della metro con la paura di non riuscire più a vedere mamma e papà. Con il tempo, però, ho cominciato a capire che anche una città ha i suoi angoli di pace,che per chi ci abita o la frequenta costantemente non è poi così immensa e sconosciuta perché con il tempo si inizia a riconoscere i propri posti preferiti, si impara a girare la città senza il bisogno della cartina e con ancora più tempo, poi, è addirittura possibile avere il proprio panettiere di fiducia esattamente come lo posso avere io nel mio paesello. La necessità di specificare tutto ciò? La consapevolezza che In inverno le mie mani sapevano di mandarino mi ha ricordato tutti questi pensieri che avevo nascosto nella mia mente e li ha confermati, vorrei sottolineare, nel modo più dolce e onirico possibile. Per spiegarlo, però, è assolutamente necessario descrivere l’uomo più singolare di Milano: Nani.

Perché Nani è diverso, Nani è proprio speciale. Nani piange e le sue lacrime, inspiegabilmente, sono orizzontali, mica verticali. Nani ha amato molto la sua nonna e l’ama tuttora anche se lei pare non ricordarsi sempre del suo caro nipote. Ma a rendere Nani tanto particolare è soprattutto ciò che si nasconde nella sua chioma poco curata perché Nani, esattamente al centro della sua testa, nasconde una cerniera che è la sua salvezza e dannazione. Se questa cerniera è aperta, infatti. i ricordi del protagonista possono restare impressi nella sua mente; se chiusa, invece,  tutto è destinato a finire nel dimenticatoio, uno stato fisico e mentale governato da pillole e piccoli mostriciattoli colorati. Sta a Nani scegliere come vivere, se rimanere legato a ciò che è la sua quotidianità o finalmente decidere di lasciare vagare la sua mente.  

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In inverno le mie mani sapevano di mandarino, tra una passeggiata per il centro e una sui Navigli, è così destinato a diventare uninno alla bellezza dei ricordi, a tutto ciò che spesso vorremmo dimenticare, vuoi per paura, vuoi per indifferenza, e che invece è così indispensabile alla nostra persona, a ciò che siamo e vorremmo essere. Nani non si ricorda (o non vuole ricordare) ma la città, i posti che hanno segnato la nostra infanzia, i profumi che l’hanno resa speciale non possono essere così facilmente dimenticati. Il viaggio di Nani, reale o immaginario, tocca tante tematiche difficili e sensibili che si possono riassumere nell’importanza della memoria e delle nostre radici. Perché è solo ricordando ciò che siamo stati che possiamo costruire ciò che saremo. 

 

Sergio Gerasi; In inverno le mie mani sapevano di mandarino; Bao Publishing; 128 pp; euro 15.

Nellie Airoldi

Cresciuta in campagna in mezzo ai libri e ai taccuini, ha imparato che nella vita si conosce una persona solo quando la si porta ad un aperitivo perché, diciamocelo, davanti ad un buon vinello nessuno può mentire, soprattutto se vicino c'è anche una fetta di polenta.

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