In fondo il buio

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in un libro firmato G. R. R. Martin, non avevo tra le mani un certo best-seller fantasy da cui è stata tratta una serie televisiva, ma Dying of the light, un romanzo di fantascienza pubblicato in Italia nel 1979. Il primo in assoluto nella lunga carriera dello scrittore. Per me, un libro comprato a pochi euro, dalla copertina rovinata dal tempo (in buono stato, invece pare sia introvabile), ma che prometteva una storia affascinante e malinconica.
Non lo lessi. Colpevolmente.

In Italia, In fondo il buio è stato pubblicato nel lontano 1979 con il titolo La luce morente e, dopo varie ristampe, ripubblicato recentemente da Gargoy­le, casa editrice tra le più attive nella letteratura di genere in Italia. Per me, un'occasione per ripescare una lettura a lungo rimandata.

Qui, al suo primo romanzo, Martin da sfogo a tutto il suo pessimismo – è il caso di dirlo – cosmico. Già il titolo è una citazione di un poeta gallese sconosciuto in Italia, ma piuttosto amato presso i parlanti la lingua D’Albione, Dylan Thomas:

Rage, rage against the dying of the light;
Do not go gently into that good night.

Lotta, lotta contro la luce morente;
Non scivolare in quella notte attraente.

Il poema voleva essere un invito rivolto al padre malato a non abbandonare la speranza. Ma se la luce che si spegne dovesse essere quella di un pianeta e a morire fosse un intero mondo? Ecco che abbiamo la trama di In fondo il buio:

Dirk è richiamato su Worlorn dall'amore per Gwen, che pensava di aver perduto. Il pianeta – che per un certo perio­do è stato abitabile ed ha ospitato il “Festi­val”, una lunga festa durante la quale ogni popolo dei mondi conosciuti ha edificato la sua città – però, non è il mondo che Dirk immaginava. E nemmeno Gwen è più la donna che aveva conosciuto, è infatti legata a un altro uomo e a un mondo che sta morendo, in cui niente può sopravvivere…

Infatti “l’inverno sta arrivando” è la frase che caratterizza la visione letteraria di Martin meglio di qualsiasi altra. Tutto nei suoi romanzi sembra andare inesorabilmente verso la distruzione, il freddo, la fine. L’unica cosa che salva i personaggi (ed il lettore) dalla disperazione, è la loro umanità. Martin è bravissimo a unire minimalismo e massimalismo, a innestare nell’epica (in questo caso quella spaziale, la cosiddetta space opera) un disastro tutto individuale.  Un pianeta danza attorno alla Ruota di Fuoco (un sistema a sei stelle che, da solo, vale la definizione di sense of wonder), e su di esso si muovono personaggi tridimensionali e credibili.

E poi ci sono molti elementi – l’entropia che sembra condannare l’universo a fine certa, la sensazione di solitudine dei personaggi e dell’umanità rispetto alla desolazione del pianeta e dell’universo tutto – che ricordano un’altra grande space opera considerata ormai quasi all’unanimità un capolavoro fuori dai generi: i Canti di Hyperion di Dan Simmons.

C’è l’abilità che sempre ha Martin, il tratto che lo caratterizza rendendolo unico come scrittore, di creare mondi così verosimili, dove l’elemento fantastico non rovina l’esperienza realistica e non ci impedisce di credere fino in fondo nei personaggi. 

Ecco il prologo:

 "Un vagabondo, un viaggiatore senza meta, una scoria della creazione; questo era il pianeta. Per un’infinità di secoli aveva continuato nella sua corsa, solitario e senza scopo, precipitando tra i freddi e remoti spazi che si spalancano fra le stelle. Nei suoi cieli sterili, generazioni di astri si erano presentate l’una dopo l’altra in sciami maestosi. E tuttavia non apparteneva a nessuna. Costituiva un mondo completamente racchiuso in se stesso. In certo qual modo non faceva parte nemmeno della galassia, anche se ne intersecava il piano come un chiodo attraversa la tonda superficie di un tavolo. Non faceva parte di niente"

Gianni Falconieri

Mi interesso di letteratura di genere, #ebook #fantasy #cinema. Attualmente mi trovo sotto assedio ad Angband, ma confido che alla fine riuscirò a spuntarla...

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