James Lasdun | Comincia a far male

Non ricordo chi fosse, ma qualcuno disse che era in grado di leggere 200 pagine di un romanzo in un’unica sessione, ma gli era impossibile leggerne altrettante di racconti. Nuovi personaggi da conoscere, nuove situazioni in cui calarsi, il lettore si ritrova da solo su un palco con in mano un copione e il regista che gli dice: «Fa’ tutti i personaggi e falli bene».

E non è neppure l’aspetto peggiore della faccenda. Bisogna anche considerare che, se una storia è bella, sarà una pugnalata. Provate. Chiedete a qualcuno di cui vi fidate (letterariamente parlando) di mettere assieme una quindicina di racconti belli per davvero; poi li leggete tutti, e li leggete con concentrazione — insomma, fate tutti i personaggi e li fate bene. Se arriverete alla fine, sarete esausti e vi ritroverete in quello strano limbo in cui lasciano le belle cose, quando vi sentite pieni e vuoti allo stesso tempo.

James Lasdun si sente a suo agio nello scrivere racconti (da un suo racconto hanno tratto L’assedio di Bertolucci). Comincia a far male è la sua ultima raccolta e rivela qualche pugnalata ben assestata. La lama che pugnala è quella dell’indecisione. I protagonisti dei suoi racconti sono uomini che, arrivati a un certo punto della propria vita, si scoprono in bilico.

Ora lo guardavano tutt’e tre. Sembravano aspettare una spiegazione su che cosa all’improvviso lo aveva reso così riluttante ad aprire la bottiglia. Lui si rese conto che nel suo silenzio impietrito si nascondeva un pericolo; che più andava avanti, più aveva da rimetterci. E tuttavia, per un po’ di tempo, fu incapace di muoversi.

Per potere stare in bilico, bisogna essere assolutamente immobili. Certi personaggi di Lasdun sembrano aver ascoltato quell’allegrone di Kierkegaard quando disse «Mi sembra chiaro; ci sono due situazioni possibili: si può fare o una cosa o un’altra. La mia opinione e il mio consiglio è questo: che tu lo faccia o meno, rimpiangerai entrambe le cose.» Il problema è che nella Vita Vera ci comportiamo in questo modo senza saperlo; come se il prendere una decisione fosse il predatore preistorico con zanne lungo un palmo, restiamo immobili nella speranza che non ci veda o che ci prenda per morti. Ma forse, è meglio seguire il consiglio di Lincoln.

And in the end, it’s not the years in your life that count. It’s the life in your years. (*)

(*) Viene attribuita ad Abramo Lincoln, ma non vengono mai citate fonti certe. Non sono riuscito a trovare una traduzione elegante. In soldoni: «Alla fine, non conta per quanti anni è durata la tua vita. Conta la vita nei tuoi anni.»

Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.

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