Joe Brainard | Mi ricordo

Saudade ‹sḁudħàdħë› s. f., port. [lat. solĭtas -atis «solitudine»]. –

Sentimento di nostalgico rimpianto, di malinconia, di gusto romantico della solitudine, accompagnato da un intenso desiderio di qualcosa di assente (in quanto perduto o non ancora raggiunto), che permea la poesia lirica portoghese e brasiliana dell’Ottocento e che, rivendicato nei primi del Novecento da alcuni letterati fautori di una rinascita della cultura portoghese come atteggiamento tipico del carattere nazionale, si è diffuso come stereotipo dell’animo portoghese e, per estens., brasiliano.

(fonte: Treccani)

Tra le strade di Lisbona la Saudade è così evidente da diventare umana. Trasuda dalle persone, si infila nei vicoli, ti si attacca addosso. I portoghesi sembrano perfetti per questa espressione, non si sa se siano il prodotto di essa o se questa sia il prodotto del loro sguardo triste e malinconico, della loro lentezza che sembra l’attesa di qualcosa che non sai se deve ancora arrivare o se è già arrivata ma è andata via.
I portoghesi sono tante Penelope che aspettano il ritorno di Ulisse, che tessono e disfano una tela nel sogno perduto di qualcosa.

045-copy2Mi ricordo, di Joe Brainard, è un libretto prezioso e con il Portogallo non c’entra un bel niente.

L’autore non è Portoghese, forse in Portogallo non c’è nemmeno mai stato. Eppure mentre camminavo tra le strade di Lisbona, mente bevevo sulle sponde del Douro ammirando Porto, questo libretto letto a metà estate mi tornava in mente e non se ne andava.

Portato in Italia da una piccola casa editrice indipendente, la Lindau, questo libro è formato da 160 pagine di paragrafi – brevi e meno brevi – che iniziano tutti con la stessa espressione: Mi ricordo. E qui qualcuno può dire “sarà un po’ pesantino, dopo un po’, come giochino linguistico”. E checché ne dica Paul Auster nella prefazione – e la parola di Paul Auster sicuramente vale più della mia, per carità – un pochino lo è.
Però il punto non è questo. Il punto è che Mi ricordo è una grande saudade, un mettere in fila i pensieri del tuo passato, tutto quello che ti ha reso quello che sei, un pensare con nostalgia ma anche distacco ai “bei tempi andati”, anche quando, allora, belli non sempre lo erano.
Su Facebook mi sono iscritta al gruppo “Sei di xxxx se”, dove per xxxx si intende il paese natìo. Ebbene la prima cosa che è successa è stata ricordare gli anni passati, pubblicare foto di vent’anni fa, di come si era e di cosa si faceva, e al di là di tutto mi è sembrata una cosa interessante, a livello sociologico.

A tutti noi piace pensare alla nostra infanzia, ai tempi della scuola, a quando si giocava in strada con un supersantos e nostra madre ci chiamava dalla finestra perché la cena era pronta, quando i cinema erano solo d’essai, il primo bacio, le vacanze al mare con i nonni, il primo concerto.
Mi sono accorta che questo desiderio, questa malinconia per un passato che era migliore anche se non lo sapevamo, invade ogni cosa.
Di vero c’è che chiunque di noi potrebbe scrivere un libro come Mi ricordo, ma non sarebbe mai bello e toccante come questo.
Sarà l’America, culla di ogni di ogni desiderio che può avverarsi, sarà il modo bellissimo di mettere in fila le parole di Brainard, non lo so. So che si percorrono i decenni insieme all’autore, ci si vergogna con lui e con lui si scoprono le cose, si risente un profumo che non esiste più e si ridiventa grandi.

E per i non americani e i non esperti di cultura/costume/quelchevolete americani (io Perry Como non sapevo chi fosse, spero mi perdonerete) esiste anche un Tumblr, che è una piccola guida visiva del libro, una grande scatolone hipster/vintage del mondo e dei ricordi di Joe. E son cose belle, ragazzi; son cose belle.

Joe Brainard, Mi ricordo, Lindau, 2014.

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

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