Deserto Siria. In gabbia, dentro una conchiglia

Ero semplicemente un uomo

(Mustafa Khalifa, La Conchiglia)

Giro giro tondo, giù all'inferno, dentro una conchiglia, giù in Siria, in tutto il mondo.

Alle porte della Siria il mio viaggio si ferma.

Per pudore, perché non si può fingere di essere in un luogo come la Siria, oggi, se non ci sei davvero. In Siria come all'inferno, in tutto il mondo in cui c'è stato e c'è, l'inferno.

Neanche il passaggio attraverso le pagine può simulare il viaggio, perché ad ogni parola che leggiamo risuona il sospiro involontario: “Meno male che io sono qui, oggi”.

Farò tanti passi indietro quanti sono la vigliaccheria e il pudore: la mia voce non deve mescolarsi alle loro grida. Sarò eco, con gli occhi ancora bruciati, le orecchie assordate, il cuore pieno di quello che Musa ha raccontato pur non potendo dire tutto. Saremo eco tutti insieme. Solo questo possiamo fare.

Siria. 2

A Damasco la gente camminava dentro una polvere sottile color ocra. La polvere ricopriva ogni cosa, toglieva lo splendore all'erba, il sorriso ai volti, come ombra sulla coscienza piegata nella gabbia trasparente della dittatura. Può esistere ancora una città bianca nell'orlo del mare blu? Può esistere ancora la sensazione del bianco, dopo esser stati ospitati all'Inferno?

È il 1994, in Siria, il tempio di Assad padre, Dio Seth.

Siria. 1

Polvere ocra, come quella delle tempeste che soffiano sulla Prigione del deserto di Tadmur. Polvere a coprire ogni cosa, le grida, la fame, il gelo, le fiamme sulla pelle, l'abbandono, la disperazione. Polvere sotto la quale seppellirsi dopo le torture dei diavoli del deserto, i servitori dell'unico dio in terra.

É il 1982, in Siria, il tempio di Assad padre, Dio Seth.

Nella Prigione del deserto una scritta ricorda che l'uomo, quando è diavolo, castiga in nome di Dio:

“La legge del taglione è garanzia di vita, a che forse acquistiate timore di Dio”.

Nella Prigione del deserto sono torturati gli oppositori del regime, i sospettati di esserlo, gli innocenti, i bambini, i vecchi.

la-conchiglia-copertinaNella Prigione del Deserto, nascosto in una Conchiglia, c'è Musa (Mustafa Khalifa), trent'anni, cristiano, studente di cinematografia in Francia, arrestato per una battuta irriverente contro Padre-Padrone-Presidente, forse. Non lo sa.

Nella Prigione del deserto ci sono sette cortili e altrettante porte e i prigionieri chinano sempre più il capo:

le porte rimpicciolivano ma nel primo cortile si spalancava un inferno più grande, al quale saremmo serviti da combustibile.

Nella Prigione del deserto il supplizio dei supplizi per i prigionieri è sentire, vedere, aspettare che tocchi a loro.

La Conchiglia. 1

Nella gabbia numero 6, Musa costruisce intorno al cuore la conchiglia nel deserto, un carapace a due pareti, una forgiata dall'odio, l'altra dal terrore.

Colpito, picchiato, brutalizzato nel corpo e nell'anima con i fratelli di martirio, costretto a una coabitazione difficile con mussulmani integralisti che, come ogni religione quando è patologica, lo isolano per il suo “non so se credo”, mentre implora in segreto e dolcemente Dio, l'unico salvatore che gli rimanga, che almeno lo faccia morire, sopravvive tredici anni: spia dall'interno del carapace la cella, ammassato con gli altri in quindici metri per sei.

Solo col proprio silenzio, ascolta, osserva le logiche delle relazioni umane, le classifica come uno scienziato.

Si rifugia nei sogni a occhi aperti, sua droga.

Dai detenuti che imparano a memoria le Sure del Corano e i nomi dei morti e delle loro famiglie, perché chi esca possa testimoniare, Musa apprende a trascrivere quei giorni sul nastro della memoria.

Nell'odio che lo affoga, ritrova il piacere dell'amicizia in un altro prigioniero: un'anima gemella che, in quell'anticamera sulla morte, lo rinfranca tanto da farlo dubitare della natura del proprio sentimento.

La Conchiglia testimonia un viaggio nel tempo e nell'orrore con una narrazione ora asciutta ora evocativa ma sempre potente, che inchioda all'assurdità della violenza ma che, come il Dostoevskij di Memorie da una casa di morti, ritrae l'uomo anche nella sua grandezza, mai indulgendo alla retorica dell'”eppure nel male il senso c'è”: nell'abiezione dell'uomo che infierisce su un uomo, su un bambino, anche quando sono cadaveri, è blasfema qualsiasi declamazione.

Chino la testa, mentre leggo. Mi devo fermare. I supplizi che incalzano all'inizio, nel corso delle pagine e degli anni si allontanano: le punizioni, le torture, tutto era diventato ormai banale, scontato. Lo spazio dei giorni si allarga alla società civile che i prigionieri ricreano: no, non sono eroi, semplicemente Uomini, anche all'Inferno.

Le domande eterne però non dormono: è questo un uomo? Perché quell'annientamento, quella frantumazione totale dell'uomo, quella morte quotidiana e generalizzata? E Dio, se ci sei, tu stai dalla loro parte? Quando un padre prega che gli salvino almeno il più giovane dei tre figli e poi glieli ammazzano tutti e tre, tutti tranne lui, come può non gridarlo? “È la volontà di Dio, non si sfugge” gli rispondono i compagni.

La Conchiglia. 2

Lasciatemi in pace, non voglio niente… Non sono un eroe, sono solo un uomo.

E' il 1994, in Siria. Musa è fuori della prigione, lì dentro la conchiglia, nella polvere, in un grande cimitero a coabitare con le memorie dei morti e con loro parole.

Tra il sonno e la veglia esiste un istante, forse non più lungo di un secondo, che non è né sonno né veglia (…) Nello spazio di quell'istante, mi sento sempre a metà della Prigione del deserto. (…) Qui, in quello che i prigionieri chiamano il mondo della libertà, un altro tipo di paura, il disgusto, la stanchezza, la nausea hanno formato una conchiglia ancora più spessa, più solida, più scura. Nella seconda conchiglia non c'è più speranza di nulla.

Le mie parole sono di troppo. Possiamo solo essere lettori.

Mustafa Khalifa, La Conchiglia, Castelvecchi 2014. La sua storia è il suo romanzo.


Il nostro itinerario nella narrativa araba, sull'onda delle primavere, si conclude idealmente alle porte della Siria. Come Shadi Hamadi ricorda nel suo limpido e coraggioso saggio la felicità araba, storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana (add Editore 2013) anche in Siria la speranza di una felicità, oggi, continua a morire. Non posso concludere questo viaggio, solo parziale, senza ricordarlo: ci sono luoghi in cui la letteratura è necessariamente e fortemente implicata con la realtà storica, come nella sua seconda pelle. E anche per questo è letteratura, altissima.

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.