Israele come la terra non promessa

All'inizio mi chiedevo: dopo aver parlato della terra palestinese attraverso un romanzo scritto da una palestinese, c'è davvero bisogno di parlare anche di una terra israeliana attraverso un romanzo scritto da un israeliano? Il paesaggio non è forse lo stesso? Non sono entrambi nello stesso sputacchio di terra? Non vedono forse le stesse cose dalle loro finestre? Ulivi, quelli rimasti, colline una volta verdi, adesso brulle, deserto da una parte, Mar Morto da un'altra, una striscia di terra in mezzo. Ma ovviamente no, non vedono la stessa cosa dalla finestra, non annusano la stessa aria, non toccano le stesse cose.

amos-ozL'Israele delle parole funambole di Amos Oz in questo Una storia di amore e di tenebra è più quello che non è, rispetto a quello che è. E quello che non è è terribile, perché non è la terra promessa, non ci si avvicina nemmeno un po', perché la terra promessa è l'Europa. L'Europa colta, elegante, raffinata, l'Europa dei filosofi, delle tantissime lingue, degli scrittori, dei poeti, dei linguisti, l'Europa delle chiacchiere nei café e anche l'Europa dei ruscelli, e delle casette con i tetti rossi in mezzo al verde, e non esiste niente di più lontano di Israele in generale, e Gerusalemme in particolare, da questo sogno mai realizzato, e quindi sempre conservato con struggente nostalgia.

La terra promessa degli ebrei è l'Europa che non li ha voluti. E questa è anche la beffa più crudele verso i palestinesi, che quella terra, la Palestina, invece la amano con tutto il cuore.

La Gerusalemme di Amos bambino è zeppa di libri, in tutte le case, da tutte le parti, talmente tanti da fargli dire: “Quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche”. E però questa moltitudine di libri, letti da persone che conoscono quindici o sedici o diciassette lingue, sono immersi in una città in cui sono ancora fuori posto.

I due gatti della signora Radetzky si chiamano Chopin e Schopenhauer e la Gerusalemme degli anni '30 è fatta di “tetti polverosi di lamiera, spiazzi colmi di rottami e rovi, squallidi pendii, e strozzata dal giogo di un'estate incandescente”. Quando nonna Shlomit ci arriva direttamente da Vilnia nel '33 questo è ciò che vede:

commercianti sudati, banchi variopinti, vicoli brulicanti, pieni di grida dei venditori, ragli d'asini, belati di capre, starnazzi di galline legate e appese per le zampe, e colli muti già sgozzati, spalla e braccia di uomini d'Oriente, colori scandalosamente chiassosi.

Una città sporca, affollata e “piena di microbi”, “un paese troppo esotico, selvaggio, arretrato, privo di un'igiene ancorché minima oltre che dei più rudimentali fondamenti di cultura”. Una realtà sfacciata di sudore, calore, colori, odori e sapori, una vibrazione di realtà prepotente, che nulla ha a che vedere con il filtro di libri e cultura. Una Gerusalemme fatta di “afa, povertà e malelingue”, e “pietra nuda calda e polverosa” che non ha niente dell'Europa, fredda ed elegante.

E però dietro a una malinconia senza scampo, dietro all'assenza, ce n'è anche un'altra di Gerusalemme, una città che appare all'improvviso agli occhi del piccolo Amos, e con lui forse agli occhi di una generazione che non è più quella della diaspora, ma degli ebrei nati e cresciuti in Israele:

Una Gerusalemme che quasi non conoscevo, etiope, araba, crociata, ottomana, missionaria, tedesca, greca, astuta, armena, americana, monastica, italiana, russa folta di pini, minacciosa e accattivante con le sue campane e i suoi incanti alati a te proibiti per estraneità, una città velata, custode di segreti scottanti, ridondante di croci, minareti e misteri, altezzosa e silenziosa; nelle sue strade vagavano come ombre scure sacerdoti di religioni straniere avvolti in tonache nere e neri paramenti, monaci e monache e kadì e muezzin e notabili e pellegrini e veli di donne e cappucci di frati.

La Gerusalemme dal fascino millenario, che incanterebbe anche un sasso.

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