La bastarda di Istanbul

 

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.

Inizia così questa storia, in un venerdi di luglio durante il quale Zeliha vede alternarsi sole e pioggia nel giro di pochi minuti. Ad Istanbul succede così, lo sanno tutti: in un attimo puoi ritrovarti a camminare zigzagando tra le macchine nel fango fino alle caviglie, quello dopo il sole fa scintillare nuovamente il mare, in una visione che fa male al cuore per quanto è bella. E' una storia scandita da nomi di spezie dolci e frutti, cannella, pistacchi, vaniglia, semi di melagrana, acqua di rose, ma anche inaspettatamente da cianuro di potassio. Perchè le contraddizioni e i misteri non mancano di certo nella storia presente e passata di Istanbul. Ed anche nelle vite che Elif Shafak ha deciso di raccontare ne La bastarda di Istanbul.

Lo sanno bene le due protagoniste, neanche ventenni. Armanoush, o Amy, americana in cerca delle sue radici armene, che arriva dall'America portandosi dietro una bellezza inconsapevole, un amore ai limite dell'inimmaginabile per i libri e il desiderio, il bisogno di conoscere pezzi di un passato che non riescono a farla sentire veramente a casa, nè in Arizona con la madre e il compagno turco, nè a San Francisco dove vive con il padre e la rumorosissima e allegra famiglia armena. Durante la notte si ritrova in rete con altri esuli armeni al Cafè Constantinopolis, nel tentativo di sbrogliare matasse che legano irrimediabilmente la sua vita personale a quella di un popolo costretto a lasciare Istanbul tanti anni prima. Asya, la bastarda, ad Istanbul

 

copertina ci vive da sempre invece, con una madre sensuale e ribelle all'inverosimile che chiama zia, Zeliha, tre zie, la nonna e la bisnonna. Non ci sono uomini, nel corso degli anni per un destino (o forse un mistero) da svelare nessuno supera i quarantuno anni di età. Nessuno le ha detto chi sia in realtà sua padre e le sue giornate, come Armanoush, le trascorre in un cafè, il Cafè Kundera, ritrovo bohémien di artisti turchi. Nessuno la convincerà che conoscere il passato è utile solo a provocare sofferenze. Nessuno, forse, eccetto la sua amica arrivata all'improvviso dall'altra parte dell'oceano.

Questi gli ingredienti di un racconto che fa di Istanbul, del suo caos, del suo fascino, un punto di incontro tra oriente ed occidente, tra due popoli che sembrano lontani, ma che a tavola la sera si riuniscono intorno agli stessi piatti, tra il passato, da portarsi dentro senza che sia invadente e il presente, che resta il simbolo di come le cose possono cambiare, trasformarsi. E' un racconto fatto da donne, sulle donne, che dopo poche pagine vorreste fossero vostre amiche, Zia Banu, nonna Gulsum, Cevriye, Zia Feride, Petite- Ma, con le quali vorreste mangiare insieme del buon ashure, mandato giù a sorsi di tè alla cannella. E' un racconto che sa di mille e una notte (come non potrebbe), ma con in sottofondo Johnny Cash e le chiacchiere notturne di un cafè online.

E se è vero che la vita è fatta di coincidenze, di quelle che possono sbrogliare gli incastri più difficili, allora non resta che abbandonarsi al viaggio e cominciare a camminare, tra il fango e il mare, per le strade di Istanbul.

 

 

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