La Praga gotica di Milos Urban

Quest’estate ho visitato Praga per la prima volta. Arrivata sul far della sera, decisi di fare subito una passeggiata insieme alla mia ospite, Jana. Salimmo sulla collina di Hradčany: alla luce del crepuscolo i palazzi del governo, con il loro stile regale e solenne, mi fecero subito capire di trovarmi in una città fiera di sé e del suo passato plurisecolare. Giunte all’ingresso del Castello, prima di attraversare lo sfarzoso cancello sormontato da due titani, ci fermammo ad ammirare il panorama notturno. Jana mi indicava le varie chiese e monumenti: i nomi in ceco, quella lingua slava così strana e melodiosa, suonavano al mio orecchio come una formula magica.
Infine arrivammo alla Cattedrale di San Vito, all’interno del Castello. E lì sperimentai qualcosa di meraviglioso. La Cattedrale era un organismo vivo e parlante, che raccontava del suo passato glorioso. Un passato in cui gli spaventosi gargoyle facevano venire i brividi ai contadini in visita dalla campagna, in cui le torri svettavano senza temere il confronto con nessun grattacielo, in cui gli archi e i pinnacoli sembravano i raggi sfolgoranti di una divinità splendente, in cui i fitti bassorilievi dei portali venivano scandagliati dai fedeli attoniti, in cui gli inserti in oro dichiaravano la ricchezza e potenza di Praga, della Chiesa, di Dio.

fanucci_-_sette_chiese_1Quando il giorno successivo tornai lì, tutto era cambiato. Il Castello era invaso da orde di turisti in comitiva, alla luce meridiana del sole di agosto le pietre apparivano fredde e morte, i gargoyle semplici sberleffi, i pinnacoli leziose torrette gotiche.
Per tutta la durata della mia visita ho avuto l’impressione che esistessero due città. La prima era quella visibile agli occhi di tutti, assediata dai turisti e fotografata nelle cartoline. La seconda invece si nascondeva negli anfratti più bui, proteggendosi dal logoramento di un presente inglorioso. Ogni tanto quest’ultima emergeva in un vicolo secondario, in una chiesetta minore, in una piazzetta lontana dai circuiti turistici.

Qualche mese dopo, Milos Urban mi ha riportata a Praga con il suo romanzo Sette Chiese (Fanucci), ma questa volta mi sono ritrovata nella Praga segreta. Come definirla in un aggettivo? Gotica. Prima di tutto, per le sue atmosfere tenebrose ma raffinate: la sua luce crepuscolare, i suoi colori freddi, il suo clima avverso. Poi perché proprio l’architettura gotica, con la sua algida verticalità, il fulgore delle sue vetrate, la sua solennità e sublimità, è lo stile che meglio rappresenta lo spirito di Praga. Infine perché in un’atmosfera del genere non possono che accadere fatti sinistri, come nella più cupa novella gotica. La scrittura di Milos Urban, ricercata e a volte ampollosa, mescola realtà e sogno, lasciando che il surreale si insinui nel quotidiano con le sue lunghe dita spettrali.

Kvétoslav, protagonista del romanzo, conosce bene Praga: sia il suo lato moderno, piazza Venceslao ridotta ad una sequela di insegne pubblicitarie e negozi internazionali, il traffico impossibile, le luci violente che annullano la notte, sia il suo lato antico e autentico. Non solo Kvétoslav è uno studioso di storia medioevale, ma ha anche una capacità particolare: in alcuni momenti, a contatto con certi edifici antichi, riesce a fare un salto indietro nel tempo e visitare la vera Praga, quella dell’anno mille.
Questa sua capacità attira le attenzioni di un eccentrico Lord che intende ripristinare l’aspetto originale delle chiese gotiche di Praga, modificate nei secoli secondo il gusto barocco. Nel frattempo la città è funestata da una serie di omicidi efferati, orchestrati con macabra teatralità. Kvétoslav, ex poliziotto, si trova coinvolto nelle indagini, e coglie un inquietante fil rouge tra i piani di Lord Matyas Gmund e la serie di delitti. Un collegamento che ha a che fare con Sette Chiese e con un’antica setta. Forse, è la città stessa a muovere i personaggi come pedine: è Praga, magnifica e derelitta, deturpata dal cemento e dal neon, a reclamare rispetto, anche a prezzo del sangue.

Questa seconda visita a Praga mi ha lasciata inquieta e turbata. E' stata di certo una gita emozionante, fra i fantasmi di una città bellissima e terribile.

Milos Urban è nato a Sokolov (Repubblica Ceca) nel 1967. Vive a Praga.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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