Miseria e nobiltà a Marrakech

A Marrakech ci sono due strade: una di gelsomini, che attraversa le ville coloniali tra i giardini di bouganville, il gorgoglio del té alla menta e i silenzi di sepolcri imbiancati.

Un'altra di gigli caduti, che si dirama in vie piene di chiasso e di odori, di miasmi e di litigi, di miseria e di nobiltà. È la medina.

Le Seigneur vous le rendraA Marrakech, intorno agli anni Sessanta, nella Medina la vita sa tanto di tragedia ma se ascolti Mahi Binebine nel suo Le Seigneur vous le rendra, ti sembrerà una magnifica commedia umana.

Come in ogni tragedia, c'è il destino che ti bracca anche quando credi di averlo gabbato e poi ci sono quelli che il destino se lo mettono addosso come un caftano e non se lo tolgono per tutta la vita: fanno i mendicanti, le fattucchiere, i lustrascarpe, le ragazze mandate a servizio dei ricchi. C'è anche chi fa il bébé di professione. Avete letto bene: il bébé, come racconta il protagonista da un presente che ha l'eco di storie eterne, dove il nero è mescolato all'oro:

Esercitare correttamente il mestiere di bébé non è cosa da tutti… ci vuole un vero e proprio talento, soprattutto quando lo fate da tempo. Molto tempo. Quello di “poppante” è stato il mio primo lavoro. E, lo dico in tutta modestia, io ero il più lucrativo aborto mai partorito nella Medina.

Le Seigneur vous le rendra è un romanzo originale e intrigante che non dispiacerebbe trovare anche sugli assonnati scaffali italici: è la storia di Petit-pain, bébé nato all'asta dell'elemosina, affittato dalla madre vedova a finte mamme ogni giorno diverse, di cui scruta curioso il volto, impara le forme dei seni, dei ventri, asfissiato dai loro odori, alunno di una geografia umana ad altezza di naso di poppante. É anche la storia di una madre terribile come solo le madri sanno essere, se abbandonate con la prole che succhia loro le mammelle, una madre che lo lega a sé di un amore isterico e abbruttito dal bisogno e da un delirio: il bébé li salverà dalla miseria. Fasciato in bende strettissime, nutrito al biberon fino a ritardarne lo sviluppo, provvisto di una collana di ciucci che il bébé impara a usare come un giocoliere, Petit-Pain diventa in breve un'attrazione, un bambino e poi un adolescente in un corpo miniaturizzato.

Ma Petit-Pain, lo capisco da subito, da come osserva gli adulti e ne attrae gli sguardi, appartiene alla razza di quelli che non si cuciono addosso il destino: lui è affamato di riscatto, ha dei fratelli buoni, ha la fortuna d'incontri felici: quella donna volgare stesa con lui sotto l'eucalipto della Grand Place a mendicare e anche l'eunuco Ba Blal, tutta gente che lo aiuta, tutta gente che sotto lo sporco e i denti marci ha umanità da vendere e storie incredibili da narrare.

Lo seguo mentre, grazie all'alleanza fraterna, fuori dalla medina e dal controllo della madre, impara a camminare, entra nel sepolcro imbiancato di un professore, Monsieur Salvador, che mantiene il bel fratello maggiore (“Non ti preoccupare” gli dice il fratello “Pago io per due”). M. Salvador, il professore andaluso dagli occhi tristi, gli offre le chiavi della libertà:

Imparai a leggere; il maestro mi mostrò che le immagini che si creano nel proprio spirito sono ben più ricche ed eccitanti di quelle materiali (…). Gli scrittori degni di questo nome non impongono niente: suggeriscono, non fanno che donare ali alla vostra immaginazione, mettono dei colori sulle vostre passioni represse, penetrano nella vostra intimità, come dei veggenti, per ispirarvi quello che voi avete sempre saputo senza poterlo esprimere.

Io cavalcavo un albatros gigante, bardato col filo delle mie letture e mi lasciavo portare alto nel cielo.

Questo romanzo di formazione senza canoni in cui l'eroe deve imparare a camminare sulle proprie gambe letteralmente prima di mettersi in cammino verso una libertà fisica e spirituale che sente appartenergli dalla culla, si conclude, paradossalmente, con un ritorno indietro: al destino, o alla Medina o alla Madre-Medea, che forse sono la stessa cosa: Madre, il Signore ve lo renderà, il vostro Petit Pain; voi vecchia come una bambina, lui uomo, ormai, dopo aver perduto il proprio amore e con esso tutto, tornerà da voi, per sostenervi il volto mentre, “con un piccolo grido d'uccello”, morite.

(La vita, si sa, sta a metà strada tra il riso e il pianto: nelle pieghe del destino c'è sempre un'ombra surreale che ti farà sorridere, a patto che accetti di osservare il tuo destino senza portartelo, come Atlante, sulle spalle. È forse questo quello che ha fatto Petit-pain, raccontandomi la propria storia.)

Le Seigneur vous le rendra, Fayard 2013


Mahi Binebine è nato nel 1959 a Marrakech, dove oggi vive dopo aver soggiornato prima a Parigi e poi a New York. Romanziere, scultore e pittore (alcune sue opere sono esposte al Guggenheim Museum), l'unico suo romanzo tradotto in italiano è Cannibali, Edizioni Barbés, Firenze, 2008. Peccato, perché la sua scrittura, che trasforma l'orrore in grottesco, che descrive la tenerezza e la passione con immagini sublimi e non teme di scendere al piano della commedia e dell'avventura picaresca, ha il respiro dei grandi novellatori.

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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