Cent’anni di Julio Cortázar | Intervista a Ilide Carmignani

Quando abbiamo deciso (un po' per scherzo, un po' perché in quella giornata lavorativa piatta avevamo bisogno di una botta di vita) di dedicare un'intera giornata alla grande festa di compleanno di Julio Cortázar, abbiamo iniziato a pensare ad alta voce a nomi di persone che avremmo voluto coinvolgere in questo progetto. L'unico detto subito da entrambi, all'unisono, è stato quello di Ilide Carmignani.
Ha studiato all'Università di Pisa, alla Brown University e all'Università di Siena; ha collaborato con praticamente tutte le più grandi case editrici italiane; ha vinto, nel 2000, il premio per la traduzione letteraria dell'Istituto Cervantes; tiene diversi corsi e seminari nelle università italiane; ha tradotto tantissimi autori ispanici e latinoamericani tra cui Bolaño, Márquez, Sepúlveda e Borges (è praticamente impossibile leggere in Italia letteratura sudamericana senza imbattersi nel suo nome). Noi Cortazáriani quest'anno siamo felicissimi, non solo per il centenario. È infatti uscito Un certo Lucas, da lei tradotto per i tipi di Sur. L'abbiamo quindi contattata, con tutto l'entusiasmo che avevamo in corpo, e lei ha risposto immediatamente. Siamo rimasti abbagliati dalla sua gentilezza e simpatia, avevamo mille domande più una da farle, ma ci siamo contenuti e ne abbiamo fatte sei e mezza. Ecco qui il risultato.

Qual è stato il primo libro di Cortázar che ha letto? Si ricorda l'anno, l'edizione, le circostanze di lettura? Che cosa ha pensato una volta terminato?

Credo che il primo libro sia stato Ottaedro. Doveva essere l’inizio degli anni Ottanta e io ero sempre in cerca di testi per una piccola trasmissione che facevo a una radio libera locale, Lucca Radio Democratica, un amico sceglieva le musiche e la sera ci chiudevamo insieme nello studio di registrazione, che era un’altana incantevole da cui si vedeva tutta la città, a leggere in diretta frammenti di racconti e poesie. Non so chi ci ascoltasse, sempre che qualcuno ci ascoltasse, cosa che dubito, ma noi ci divertivamo molto. Non ricordo l’edizione, non era un libro mio, andavo spesso in biblioteca allora, le finanze mi consentivano pochi acquisti rispetto alla marea di cose che leggevo, non avevo soldi ma in compenso avevo tutto il tempo del mondo a disposizione. Comunque ricordo che Ottaedro mi piacque tantissimo e che in particolare continuavo a rileggere Un luogo chiamato Kindberg; andai perfino ad ascoltarmi Archie Shepp, che veniva citato, e mi piacque anche Shepp. In seguito chiesi al professore di letteratura ispanoamericana, a Pisa, di concordare un esame su Cortázar, e lessi tutto quello che c’era in facoltà, che doveva essere quasi tutto in assoluto. Ricordo la mia meraviglia davanti a racconti che come la mano di Escher disegnavano se stessi, o che passavano dal reale al surreale come in un nastro di Möbius, parlando però la “lingua dei sentimenti”, e offrendo un’infinita ricchezza di temi e di voci. Borges in confronto mi parve di un’aridità e di una monotonia intollerabili. Oggi naturalmente non sono più così categorica.

Cortázar compie cento anni e partiamo subito col botto. Sappiamo del tentativo – come lo chiamava lui – di sovvertire il ruolo del lettore, in qualche maniera di “elevarlo”. Che cosa si deve aspettare un profano dello scrittore argentino che si accinge alla sua scoperta?

Be’, il lettore si deve aspettare di essere coinvolto, in un certo senso di essere buttato in acqua senza salvagente, perché Cortázar lo costringe a partecipare attivamente alla lettura e non gli consente una fruizione passiva del testo, se non parziale e superficiale. È evidente il desiderio di innovare le forme classiche della narrazione, di uscire da certi automatismi, indagando riflessioni surrealiste, quasi patafisiche. Pensiamo ad esempio a Rayuela, per molti il suo capolavoro: può essere letto seguendo l’ordine normale delle pagine, oppure secondo una tavola d’orientamento fornita all’inizio del libro, o anche, modalità suggerita indirettamente, ordinando i capitoli a proprio piacimento, il che fra le altre cose significa che è il lettore a decidere il finale del libro. In 62/modelo para armar Cortázar estremizza la pratica e spiega: «La scelta del lettore, il suo assemblaggio personale degli elementi del racconto, saranno in ogni caso il libro che lui ha deciso di leggere». Questa continua spinta a far interagire il lettore, a costruire insieme l’opera letteraria attraverso il rapporto fra scrittura e interpretazione, si rispecchia anche su piani diversi da quello della sequenza narrativa, del plot, ad esempio nell’uso dell’ellissi. In Un certo Lucas, che è l’unico libro di Cortázar che ho tradotto e quindi l’unico che mi sembra di conoscere sul serio (“Tradurre è il vero modo di leggere un testo” diceva Calvino), troviamo un racconto che tace un elemento fondamentale per la comprensione del brano stesso, e cioè l’identità dell’interlocutore del protagonista, che poi è un giorno della settimana, la domenica, lasciandolo alla capacità intuitiva del lettore; a volte invece è la frase stessa che si tronca sottintendendo il finale e affidando a chi legge il compito di ricostruirlo nella sua mente.

La scrittura di Cortázar è sincopata, musicale e sperimentale (per sommissimi capi). Quanto è complicato tradurlo? Quali sono le maggiori difficoltà che incontra? Si consulta con i traduttori di altre nazioni? Segue un metodo di lavoro preciso?

Sì, il ritmo della scrittura è fondamentale, senza quel ritmo la prosa di Cortázar non sarebbe la prosa di Cortázar. C’è chi ha parlato di swing, forse perché lui era appassionatissimo di jazz, ma comunque lo si chiami devo dire che è molto più complesso da restituire di una semplice struttura metrica perché è più libero, più sfuggente, più indefinibile, anche se palpita con forza nel testo, appoggiandosi a volte sulle congiunzioni y/e della paratassi, a volte sulle ripetizioni, a volte modellando a suo uso e consumo le battute dei dialoghi, a volte tagliando su di sé la sintassi in una sorta di sincope…
In generale, come dicevate, è una scrittura innovativa, idiosincratica, non meno caleidoscopica e scoppiettante e mutevole del contenuto. Prima di tutto Cortázar mostra una grande irriverenza verso il linguaggio convenzionale, che ovviamente è quello più facile da restituire in altre lingue,  irriverenza che si traduce in un’antipatia per le formule del dizionario, considerato una sorta di cimitero. C’è una grandissima creatività: in Un certo Lucas Cortázar s’inventa parole, ricordo per esempio “patiotismo” nel senso di amore per il patio di casa, quando descrive la sua infanzia, e s’inventa anche aggettivi, tipo vecchie “canestrate”. Ama parodiare i linguaggi tecnici, per esempio quello del nuoto o della burocrazia. Mischia con esuberanza un vocabolario scientifico autentico a un altro inventato o satirico, per cui parla di “regressionismo”, “testurologia”, di “tavolo onnimodo e ubiquo”, di “poveri pentadigiti” a proposito del ragazzino con sei dita per mano che diventa un pianista spaventoso, così veloce che fa spuntare orecchie extra nelle teste degli ascoltatori… Abbondano le similitudini più fantasiose, le espressioni idiomatiche più vivaci e le onomatopee, in genere a fine frase: zac, plof, pluf! E anche i volgarismi, insomma le parolacce, coloratissime. Una difficoltà particolare, oltre alle varianti argentine, è rappresentata dal lunfardo, il gergo dei bassifondi di Buenos Aires e di altre città del Río de la Plata, una commistione fra un lessico di base spagnolo ed elementi francesi, italiani, inglesi e portoghesi.
Restituire tutto questo in italiano è stato abbastanza complesso. Capire che cosa è invenzione e cosa no, per non tradurre alla lettera espressioni idiomatiche e non appiattire trovate linguistiche di Cortázar; creare nuovi sostantivi e aggettivi e onomatopee in italiano; scoprire il significato di termini del lunfardo che non compaiono nei comuni dizionari e che in rete sembrano avere dieci significati diversi… Quando mi prendeva la disperazione, mi tornava sempre alla mente una frase di Cortázar che avevo letto in Carta carbone (la bella raccolta di lettere curata da Giulia Zavagna per SUR a cui si è appena aggiunta una seconda raccolta, Chi scrive i nostri libri), secondo la quale quello del traduttore è «un mestiere infernale non appena si mette un pezzettino di cuore in ciò che si fa».
Purtroppo non mi sono incontrata con i traduttori stranieri di Cortázar, i suoi libri sono classici, spesso sono stati tradotti molti anni fa, ma ho consultato le traduzioni ad altre lingue, specie quella magnifica di Gregory Rabassa. Quanto al mio metodo di lavoro, è per stesure, passo e ripasso mille volte sulla traduzione dall’inizio alla fine, sempre con l’originale davanti, cercando la quadratura del cerchio, e lì, parafrasando Borges, potremmo dire che il concetto di versione finale appartiene unicamente alla stanchezza.

Molti critici e lo stesso Cortázar hanno in qualche maniera scisso le sue raccolte di racconti dai suoi romanzi, e in particolare da Rayuela. È una divisione che sente di avallare? E, se sì, quale Cortázar preferisce e perché?

Sì, credo che sia naturale scindere, e ammetto molto a malincuore, perché amo Rayuela, che preferisco i racconti. Sono più compiuti, perfetti.

Attraverso la sua esperienza e la sua conoscenza della galassia letteraria latinoamericana nella sua interezza, dove collocherebbe Cortázar? Tra i grandissimi? Tra i grandi? Tra gli outsider? A quali scrittori “deve” qualcosa Cortázar e quali, invece, “devono” qualcosa a lui?

A me sembra un grandissimo outsider che ha cambiato la faccia della letteratura latinoamericana, uno scrittore a cui tutti oggi devono qualcosa. Quanto ai debiti di Cortázar, mi vengono in mente Macedonio Fernández, Roberto Arlt, Felisberto Hernández, lo stesso Borges… E poi lui stesso dichiarò in un’intervista che non avrebbe mai scritto racconti se non avesse letto migliaia di short stories, da Poe a Henry James.

Questa è una domanda che facciamo sempre. Qual è il personaggio letterario con il quale andrebbe volentieri a cena? Per l’occasione la modifichiamo: con quale personaggio letterario sudamericano andrebbe volentieri a cena?

Be’, uscirei subito a cena con Oliveira, a cercare il “kibbutz del desiderio” nelle strade di Parigi o di Buenos Aires. O magari di Lucca, se venisse a cercare la Maga.

PS: Lo ha mai incontrato? E, se sì, ci dica tutto, caspiterina!

Purtroppo no, ci separavano non solo grandi distanze ma anche davvero troppi anni…

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

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