Brice Matthieussent – La vendetta del traduttore

Sono lo scapolo ben calato nelle vesti di sposa illibata 

Questo libro è una lotta di simulacri. Un traduttore si ribella al suo autore di riferimento. Il traduttore sta traducendo un libro in cui il protagonista è un traduttore. Il libro, poi, è stato tradotto in italiano da Elena Loewenthal. E lo scrittore del libro, Brice Matthieussent, è un traduttore pure lui. Insomma: un traduttore che traduce un traduttore che traduce un traduttore che traduce un traduttore. Il tutto per il sommo piacere di un terzo simulacro: il lettore.

Detto così, sembra peggio di Inception. In realtà questo prima di tutto è un libro interessante perché ti fa riflettere su un sacco di cose. Anzitutto il rapporto tra un autore (vero) e il suo traduttore (vero). Nel libro, per esempio, un tal Abel Prote chiede al suo traduttore americano di adattare l'ambientazione del suo romanzo spostandola da Parigi a New York e lui, come dire, si infastidisce un pochino. Al livello superiore l'altro traduttore, quello che sta traducendo il romanzo per i lettori francesi – perché per noi italiani c'è un altro traduttore ancora – inizia a fare qualche dispettuccio all'autore togliendo aggettivi e avverbi, eliminando delle storie e aggiungendone altre.

Ma la cosa grossa è un'altra. Nel mio portafoglio tengo sempre un foglietto con una citazione di Deleuze e Guattari, da Mille Piani:

Il libro non è un'immagine del mondo secondo una credenza radicata. Fa rizoma con il mondo, c'è evoluzione aparallela del libro e del mondo, il libro assicura la deterritorializzazione del mondo, ma il mondo opera una riterritorializzazione del libro, che si deterritorializza a sua volta in se stesso e nel mondo (se ne è capace e se può farlo).

Bene: questo libro ne è capace, può farlo e lo fa. Perché, pur essendo popolato da simulacri dell'autore e del traduttore – possiamo andare "deeper" quanto vogliamo, aggiungere una scatola dentro l'altra, ma dal testo i personaggi non riescono certo a uscire – lo si può capire solamente collegandolo al mondo reale. Pensando all'autore, Brice Matthieussent, che fa il traduttore nella vita e alla traduttrice, Elena Loewenthal, che invece è una scrittrice. Pensando che l'apparente confusione dei ruoli al suo interno, questo continuo inscatolamento di livelli, è in realtà un vero e proprio tutorial per fare rizoma con il mondo e per produrre significato, come quando i croupier bravi rimescolano le carte da poker facendo avvicinare e incastrare le due metà del mazzo alzato da uno dei giocatori, il cosiddetto miscuglio all'americana volante (grazie al Prof. Svernagovich per la segnalazione).

Poi, ovviamente, qualcuno ci prova sempre a scappare, a uscire dall'inception. Non è un caso, forse, che questo è uno dei pochissimi libri che ricordi in cui la quarta di copertina è scritta dalla traduttrice italiana. Come se provasse, arrivando alla superficie esterna, a congiungersi con il mondo, a fuggire. Ma nulla, rimane lì. Perché come diceva ancora Deleuze, semicitando Valéry, è solo in superficie che emerge la profondità della profondità.

Brice Matthieussent – La vendetta del traduttore – Marsilio 2012 – 365 pagine – diciannove euri

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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