Christopher Nolan

Christopher Nolan è (era) biondo e ha (aveva) occhi color cielo ridente. Sorride(va) con un ghigno.

Christopher Nolan non ha fatto nessun film. Le sue opere non sono molte. Per lui la creazione ha una lentezza alle volte avvilente. Dura anche undici anni. No, oggi non si celebra il Nolan di Batman e Inception. Se sei capitato qui per caso, fermati un momento: io ti parlerò di un altro Nolan che merita più attenzione.

Il mio Nolan (MIO) è nato in Irlanda nel 1965. Conduce una vita segregata. Non parla molto, anzi, non parla affatto. Sembra stupido e per chi non lo conosce lo è. Lui, però, è un guerriero e se ne accorge sua madre per prima: si fa forza contro i curiosi e i compassionevoli: non ti curar di loro, ma guarda e passa. Dentro la prigione del suo corpo stormi di pensieri e parole battono le ali. Troppo veloci. Troppo violente.

Impara a scrivere. A quattordici anni pubblica la raccolta di liriche A Damburst of Dreams con cui vince un posto nel corso di letteratura inglese al Trinity College di Dublino, ma di questa diga, in Italia, non c’è traccia. Nel 1999 esce The Banyan Tree: undici anni per scrivere in 120.000 parole la storia di una donna, Minnie, dal 1920 al 1980. Un romanzo meravigliosamente raccontato, lo elogia l’amministratore del Booker Prize.

Un altro romanzo l'ha già consacrato alla fama, a ventun anni: Under the Eye of the Clock (Sotto l’occhio dell’orologio, pubblicato da Guanda nel 1989). Non male, per uno su cui non avresti scommesso una cicca. Con i soldi del premio realizza un sogno: una camera con vista, sul mare, a Dublino. Sotto l’occhio dell’orologio è la storia di Joseph Meehan e della sua giovane vita attaccata alla roccia dolorosa di una paralisi cerebrale. Joseph Meehan, l’avrai capito, è lui. È lui lo storpio, il ragazzo triste. Lo spastico. Il genio.

È il falco alto levato. Il rivo strozzato che gorgoglia. Lo spleen dell’artista da giovane. L’uccello di fuoco. È l’angoscioso desiderio di vita. La morte, d’altra parte, lo incalzava nello scorrere dei giorni passati in una faticosa opera di scrittura. La scrittura è fatica fisica. Trasformare i pensieri in oggetti è fatica, sotto le lancette dell’orologio che ti ripetono: un altro minuto, un’altra ora, un altro giorno, hai scritto solo una frase e non sai quanto tempo, dopo, avrai ancora.

È morto con una fine da parodia, soffocato da un pezzo di salmone. L’avrebbe descritta, la sua morte, se avesse potuto, senza tralasciare nessun particolare. Ma questa non è una parodia. La sua morte, a quarantatre anni, è il segno che la deriva del corpo aveva ormai preso il sopravvento sulla tenacia della sua anima. Restano per sempre le sue pagine. E la letteratura non è forse la sua e la nostra rivincita sulla morte, l’incurabile malattia della vita?

Cristina Farneti

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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