Argentina, pensione agli scrittori. Italia, se vuoi scrivere paga

Confesso di non essere una grande esperta di letteratura argentina. Se volete saperne di più Wikipedia fornisce un elenco di scrittori argentini di tutti i generi, per scoprire se vi è mai capitata fra le mani una qualche loro opera. Scorrendo molto velocemente i nomi degli autori, mi accorgo della mia quasi ignoranza su questo tema: tra i nomi noti ci sono per esempio Jorge Luis Borges e Alberto Granado (nella foto qui sopra, ndr), storico compagno di avventure di Ernesto Che Guevara mancato il mese scorso, e autore de Il gitano sedentario.

Comunque sia, da oggi dovremmo essere tutti più attenti agli scrittori argentini: sia noi lettori, ma soprattutto chi oltre a leggere si dedica alla scrittura. Quanti autori, poeti e drammaturghi italiani riescono a vivere di scrittura? Pochissimi. La maggior parte di loro deve fare un altro lavoro per arrotondare le poche entrate delle loro opere, e un'altra considerevole fetta accetta persino di pagare cifre considerevoli per veder pubblicato un testo. Se poi vogliamo sconfinare il discorso fino alla politica, ci rendiamo conto che ben poco si fa qui da noi per agevolare chi ha talento nella scrittura.

Tuttavia, non è il caso di perdersi in polemiche (purtroppo) sterili e che (ancora più purtroppo) hanno solo la conseguenza di alimentare scontri e polarità già esistenti. Mi limito qui a raccontare un fatto, sperando che se ne possa cogliere un messaggio subliminale per realizzare qualcosa di concreto. In letteratura e, più in esteso, a chiunque si dedica a una forma d'arte.

Il governo argentino ha presentato una proposta di legge per versare una pensione agli scrittori. Come racconta il Guardian, sarà versato l'equivalente in pesos di 565 sterline (poco più di 600 €) agli scrittori e scrittrici che avranno pubblicato almeno 5 testi e «investito almeno 20 anni nella creazione letteraria». Non si tratta di un'assoluta novità, in quanto l'Argentina dal 2006 già versa agli scrittori un vitalizio di poco meno di 400 sterline. C'è da dire, inoltre, che la pensione minima riservata ai lavoratori argentini è nettamente inferiore a questa cifra: che possa sembrare equo o meno, è segno che il lavoro intellettuale è tenuto in altissima considerazione.

Spesso infatti. gli autori che hanno scelto di dedicarsi completamente alla letteratura – i quali, come spiegato dal governo argentino, «generano ricchezza sociale» – hanno pagato il prezzo di trovarsi in uno stato di povertà (condizione che mi fa pensare agli ultimi anni di vita della nostra Alda Merini).

Il fatto è questo. Traete voi le eventuali conclusioni.

Marta Traverso

Gossip blogger, bonsai all'ombra della Lanterna, vagabonda dei social media

13 Commenti
  1. Va bene finanziare l’arte e la cultura, ma la pensione per gli scrittori? Tutti coloro che hanno scritto almeno 5 libri, nell’arco di 20 anni? Sarebbe assurdo, secondo me.

  2. Da quel che leggo in questo articolo, la pensione non andrebbe a chi ha scritto 5 libri nell’arco di vent’anni, ma a chi ha scritto almeno 5 libri e si è impegnato per vent’anni. Sfumature, forse, ma sfumature importanti.

  3. Perché – temo – porterebbe a considerare la scrittura come un mestiere. Per ricompensare artisti, scrittori o intellettuali del loro contributo alla società, non si dà loro una pensione. Una cosa è la Legge Bacchelli, un’altra è prevedere a priori un vitalizio per chi scrive. La scrittura, quella buona, è una cosa troppo bella e importante per essere svalutata in questo modo. Chi scrive, deve farlo perchè vuole servire la società. Per nient’altro.

  4. È una splendida utopia, Haberman. Ma così facendo nessuno scrittore arriverà mai a cinque opere e 20 anni di attività. Anzi, è probabile che non superi i 20 giorni visto che morirebbe di fame.

    Scrivere è un mestiere. Seguendo il tuo ragionamento, un requisito fondamentale per essere uno Scrittore è rilasciare gratuitamente le proprie opere.

  5. C’è questo scrittore argentino degli anni venti, Horacio Quiroga, magari lo conosci di striscio per il suo Decalogo del perfecto cuentista, che in La profesión literaria, un articolo pubblicato per El Hogar nel gennaio del ’28 – segnando i tempi, dunque – già piglia in considerazione il tema della retribuzione per gli scrittori, dei pensionamenti, dei diritti d’autore.
    Dopo aver trasparentissimamente elencato tutti i compensi incassati per i suoi lavori, scrive: “se io, scrittore per il quale è ragionevole credere che sia nato per scrivere, per fare della scrittura la sua principale attività mentale, se io mi fossi dovuto guadagnare da vivere esclusivamente con quell’attività, ecco, sarei morto (qua Jacopo Donati s’è tenuto largo) una settimana dopo aver cominciato a esercitare la mia vocazione, con le budella vuote.” E chiude con questa affermazione illuminante: “L’arte, ecco, è un dono del cielo; non la sua professione”.
    (per inciso, e smarchettando abbestia, Quiroga aveva molto a cuore le tematiche del mercato letterario: c’è un suo articolo, che s’intitola La bolsa de los valores literarios, un estratto del quale -per chi volesse saperlo- è incluso nel numero 53 della rivista letteraria Prospektiva in prossima uscita. Lo dico perché l’ho tradotto io, quell’estratto, non foss’altro)

  6. @JellyBelly, hai perfettamente ragione, correggiamo subito! Del resto, sono lapsus innocenti, che capitano quando uno s’impegna a fare informazione e cultura invece di oziare! Ma meno male che ci siete voi lettori! 😉

  7. @Jacopo.
    Rilasciare gratuitamente le proprie opere? Giammai. O meglio, è una scelta, che può anche risultare vincente (vedi Wu Ming). Ma è una scelta dettata da motivi personali. Questo intendo dicendo che la scrittura non è un mestiere: secondo me, gli scrittori non sono una categoria. Scrivere è un modo di esprimersi, che deriva da una spinta interna e personale. Per questo motivo,secondo me, non si può prevedere una pensione per chi scrive: è vero che contribuisce alla cultura, ma lo fa volontariamente, non per un compito assegnatogli dalla nazione di cui fa parte. Ragionando così, ad esempio, tutti i Governi i cui cittadini godono delle opere di uno scrittre dovrebbero versare un contributo per la pensione di costui.

  8. Da quel che mi sembra di capire, tu vedi questa pensione come un modo per incentivare i non-scrittori a divenire scrittori. Non credi però che la situazione in cui versa la letteratura possa fungere da disincentivo e che questa pensione riequilibri i piatti della bilancia?
    Trovo più giusto che ci sia uno scrittore di “mestiere” in più piuttosto che uno scrittore vero in meno.

  9. Più che altro, la vedo come un modo per creare – involontariamente – una concezione diffusa dello scrittore come mestierante. Che sarebbe la cosa peggiore. Non penso che qualcuno, particolarmente scadente, inizierebbe a scrivere solo per ottenere questa pensione. Soprattutto, perchè credo ci sarebbero comunque dei criteri di assegnamento.
    Ciò che rifiuto è la concezione stessa di scrittore come mestiere.

  10. “Ciò che rifiuto è la concezione stessa di scrittore come mestiere”. Opinione del resto rispettabilissima. Sarebbe bello sentire cosa ne dicono gli scrittori, quelli che pubblicano e vendono pure e che quindi incamerano delle royalties dai loro lavori. C’è qualche scrittore là fuori che vuol dire la sua? Il “mestiere” rovina l’arte? O piuttosto la rende fruibile a un pubblico più vasto? Scrittori, fatevi sentire!