Biblioterapia: Dottore, mi prescrive un libro, per favore?

Del tipo che invece che in libreria andremo a comprarli in farmacia. Presumibilmente prescritti su una ricetta bianca, quella interamente a carico del paziente (per la gioia del SSN). Ma con le nuove regole introdotte dalla legge sulla spending review come ci si regolerà: sarà scritto solo il genere e la trama o proprio il titolo del libro e il nome del suo autore e dell’editore?

È fin troppo facile scherzarci e fare battute, ma qualcuno l’ha presa piuttosto seriamente: stiamo parlando della biblioterapia, una presunta possibilità di cura per stress, ansia e depressione. L’idea – ammesso che di intuizione originale si possa parlare – è venuta al dottor Alain De Botton (già autore di un dibattuto volume intitolato: Come Proust può cambiare la tua vita) che la sta già sperimentando presso la sua The School of Life, dove un gruppo di lit-lovers (librai, dottorandi, specializzandi, semplici appassionati come voi e noi) si impegnano a raccomandare, dietro modesto compenso, il libro adatto a trattare gli stati ansiogeni o depressivi.

Un esempio: uno studente d’arte stressato e in crisi da astinenza di creatività originale si rivolge alla biblioterapista di turno per un consiglio terapeutico e gli viene suggerita, tra le altre, la lettura di Grandi Speranze di Dickens, Jack Maggs di Peter Carey, e Mr. Pip di Lloyd James, secondo la massima di Emerson, per cui: «Tutti i miei migliori pensieri sono stati rubati agli antichi», sicché «la ricerca di originalità è sia impossibile che indesiderabile».

Il principio attivo (lo so, lasciatemi passare la locuzione scontata) alla base dell’intera operazione deriverebbe più o meno direttamente da quello del pensiero positivo (altro concetto largamente diffuso, largamente discusso, largamente controverso), per cui se l’accumulazione di energia mentale, positiva o negativa che sia, avrebbe precise ricadute sul tono dell’umore, allora è possibile che anche la lettura di un determinato libro possa influenzare il modo di pensare, offrendo una diversa prospettiva sulle cose della vita, generando empatia con le storie e i personaggi, fornendo modelli di ispirazione, stimolando il desiderio di combattere i propri demoni interiori, dominare il destino e diventare così gli eroi e le eroine dei romanzi della nostra vita.

Ma è davvero così? La letteratura è sempre stata ritenuta psicologicamente e spiritualmente importante, ed è sicuramente coadiuvante all’interno di appropriati e precisi protocolli terapeutici. E tuttavia, che un libro, sia pure il più grande capolavoro della storia, possa, da solo, bastare a curare disturbi tanto seri quanto delicati, personalmente la considero un’iperbole, una mistificazione che – si spera – nemmeno il dottor De Botton e la sua scuola intendono veramente affermare.

Come dichiara uno dei commenti in calce all’articolo dell’Huffington Post che se n’è occupato:

Ho letto più di ottanta libri in due anni, e benché la lettura sia riuscita a distrarmi dal pensiero della mia depressione, una volta chiuso il libro, la depressione tornava ad aggredirmi

Che è la stessa ragione per la quale sul mio comodino ci sono sempre sia un paio di libri almeno (senza contare l’e-reader) che i flaconi di Xanax e Laroxyl.

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

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