Di come Dave Eggers cambiò idea su Infinite Jest

Nella costruzione della figura di David Foster Wallace, scrittore e mito, a partire dalla sua morte, tanto si è detto dei rapporti che lo scrittore intrattenne con gli altri talenti della sua generazione. La relazione più profonda e approfondita è stata quella con Jonathan Franzen, che potremmo definire, sintetizzando estremamente, amico e rivale. Wallace ne ammirava e invidiava la sicurezza, come testimonia lo scambio epistolare tra i due contenuto nella biografia di DFW; Franzen cercò sempre di essergli vicino, con un atteggiamento a metà tra l’affetto e la rabbia per la malattia dell’amico, come svela in un racconto scritto per il New Yorker, Farther Away (poi pubblicato da Einaudi con il titolo Più lontano ancora).

Ma Wallace, pur essendo una figura a suo modo isolata e refrattaria a entrare nella scena letteraria a lui contemporanea, intrattenne altri rapporti con gli scrittori della sua generazione: oltre a Franzen, William T. Vollmann, Rick Moody, Mary Karr, Jeffrey Eugenides (che nel suo ultimo romanzo, La trama del matrimonio, ha delineato un personaggio per molti ispirato a DFW).

Entrò in contatto anche con Dave Eggers, altra rivelazione di quegli anni, un po’ più giovane di lui. Nel novembre 2003 uscì su The Believer, la rivista fondata da Eggers con la moglie Vendela Vida e diventata ormai un cult nella scena letteraria americana e non solo, una lunga quanto celebre intervista / chiacchierata tra lui e Wallace, nella quale i due discutono di tutto e di più, dalla politica alla divulgazione scientifica ai rispettivi metodi di scrittura (qui la versione originale, qui quella tradotta e pubblicata in due parti da minimum fax).
Nel 2006 poi, in occasione della ristampa di Infinite Jest per il decennale dalla prima pubblicazione, Little Brown chiese a Eggers di scriverne la prefazione.
Prefazione entusiastica, che a quanto pare però è molto discordante dalla recensione che un giovane Eggers ne aveva fatto nel 1996, subito dopo l’uscita, per il San Francisco Chronicle.

Recensione che era poi caduta nel dimenticatoio ed era introvabile; a ripescarla è stata il blog Reclutant Habits che ne ha pubblicato il testo completo in un post di alcuni giorni fa, dal titolo "La recensione di Infinite Jest che Dave Eggers non vuole che leggiate", firmato da Edward Champion (notizia alla quale sono arrivata a partire da una segnalazione uscita sul sito di Paris Review in data 29 Aprile). Sulle prime sono stata tentata di non soffermarmi sulla cosa, dato l’astio quasi personale che sembra guidare l’autore del pezzo nei confronti di Dave Eggers, tra le altre cose qui accusato in relazione al caso Zeitoun di essere "un timido e irresponsabile bifolco".

Tuttavia, la discrepanza delle due recensioni era troppo interessante per non soffermarsi. In particolare, viene incriminata una singola frase che esprime un parere del tutto in contraddizione con quello precedente.
Nella prefazione all’edizione del 2006, Eggers parla di IJ in questi termini:

1,067 pages long and there is not one lazy sentence. The book is drum-tight and relentlessly smart and, though it does not wear its heart on its sleeve, its deeply felt and incredibly moving.

Ovvero, in un mio tentativo di traduzione: «1067 pagine e non c’è nemmeno una frase lenta. Il libro ha un ritmo vibrante ed è irresistibilmente brillante e, anche se non fa apertamente sfoggio di sentimenti, è profondamente e incredibilmente emozionante.»

Nella recensione dell’11 febbraio 1996, lo stesso libro veniva però descritto in tutt’altri toni, esemplificati dall’uso dell’espressione diarrea lessicale per descrivere lo stile di Wallace. Ecco la frase completa:

Besides frequently losing itself in superfluous and wildly tangential flights of lexical diarrhea, the book suffers under the sheer burden of its incredible length.

Ovvero: «oltre a perdersi spesso in superflue e incontrollate digressioni di diarrea lessicale, il libro soffre sotto il peso della sua incredibile lunghezza.»

Dunque, la lunghezza, che nel 2006 pareva non rappresentare un problema dato il ritmo del romanzo, veniva giudicata dieci anni prima un fardello insormontabile. La brillantezza delle frasi era diarrea lessicale. 

Certo, è legittimo cambiare opinione e si dice che solo gli stupidi non lo facciano. Non possiamo non osservare però che nei dieci anni intercorsi tra la prima e la seconda recensione di Eggers, sono successe tante cose che hanno probabilmente influenzato in modo più o meno consapevole l’autore di San Francisco: il successo di Infinite Jest che ne ha fatto uno dei romanzi di riferimento della letteratura contemporanea, il suicido di Wallace e la successiva canonizzazione dell’autore, la riscoperta di tutto quello che Wallace disse, fece e scrisse prima e dopo la sua opera fondamentale. Oggi dire qualcosa contro Wallace significherebbe inimicarsi il web, o la maggior parte di chi ci abita: qualcuno continua a farlo senza porsi il problema, altri forse hanno ammorbidito la propria opinione. 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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