La routine degli scrittori

«Uno scrittore che aspetta le condizioni ideali per scrivere, morirà senza aver messo una parola per iscritto» E.B. White

Non tutti gli scrittori, però, la pensavano e la pensano come E.B.White, molti di loro, infatti, sono/erano attaccatissimi alle loro vecchie abitudini. Del resto, che male c'è? Abbiamo già preso in considerazione altri tipi di loro abitudini, come quelle culinarie, adesso, grazie ad un articolo di Maria Popova in BrainPickings ci occuperemo di quelle strettamente legate alla loro scrittura.

Così scopriamo che Ray Bradbury scriveva ogni giorno e dappertutto, non aveva importanza il luogo in cui si trovava, in una intervista del 2010 dichiarò:

«Posso lavorare ovunque. Ho scritto quando ero piccolo con i miei genitori e mio fratello in una piccola casa a Los Angeles. Ho lavorato sulla mia macchina da scrivere in salotto, con la radio accesa e i miei genitori e mio fratello che parlavano contemporaneamente. Mentre scrivevo Fahrenheit 451 sono andato a Ucla e lì ho trovato uno scantinato con una macchina da scrivere a tempo, 10 cent ogni mezz'ora».

In pratica, come se oggi, Stephen King, andasse a scrivere in un internet point!

Jack Keouac descriveva così nel 1968 le sue abitudini e le sue superstizioni:

«Una volta accendevo una candela, scrivevo e la spegnevo appena finivo, oppure m'inginocchiavo e pregavo prima d'iniziare. Sono fissato con il numero nove, anche se un Pesci come me dovrebbe esserlo col 7. Sento che la mente mi fa brutti scherzi, per cui l'altro rituale è quello di pregare Gesù di non farmi impazzire. Scrivo in camera, vicino al letto, da mezzanotte all'alba, con una buona illuminazione, bevendo un drink nei momenti di stanchezza»

Mi aspettavo di peggio dal vecchio Jack.

Nel 1932 Henry Miller annotò le sue abitudini:

«Mattina: Se brillo, prendere appunti, annotare, se in forma smagliante scrivere.

Pomeriggio: Scrivere un capitolo alla volta senza distrazioni o deviazioni

Sera: Vedere gli amici, leggere nei cafès, esplorare luoghi sconosciuti, a piedi se piove, in bici se fa bel tempo. Scrivere solo se si è in vena e solo su capitoli minori»

È curioso, inoltre, scoprire che Lewis Carroll e Hemingway scrivevano in piedi, Proust scriveva a letto in una stanza rivestita di sughero per attutire i suoni, Nabokov davanti a un leggio su cartoncini e Anthony Trollope teneva d’occhio l’orologio perché voleva finire una pagina ogni 15 minuti. Graham Greene si alzava presto, scriveva 500 parole, poi riteneva finito il lavoro della giornata e faceva colazione. Ci sono pure i tipi sportivi: Don De Lillo scrive e poi va a correre, Murakami si sveglia ogni notte alle 4 e poi o va a correre o a nuotare.Tutte queste, però, sono solo abitudini, piccoli gesti quotidiani, niente a che vedere con le "condizioni ideali" di cui parlava White; del resto, anche noi che non stiamo di certo scrivendo capolavori della letteratura, abbiamo le nostre; io, per esempio, preparo sempre i miei articoli nel primo pomeriggio, con un biscotto ed un caffè accanto e col pc messo leggermente di sbieco. E a voi andrebbe di raccontarci i vostri piccoli vizi?

Laura Caponetti

intervisto personaggi che non esistono, guardo serie tv in tutte le lingue pur conoscendone solo due, sana di mente? forse!

3 Commenti
  1. Mi fa venire in mente il libro che sto leggendo, “Più lontano ancora” di Franzen.
    Nel capitolo “La narrativa autobiografica” alla domanda “in quale momento della giornata lavori, e come scrivi?” risponde che:

    “Questa deve sembrare, a chi la fa, la più innocua e cortese delle domande. […] Eppure per me è la più fastidiosamente personale e invadente.”

    Eheh.
    Ricordo gliela fece proprio Fazio quando fu ospite a Che tempo che fa durante la presentazione di Libertà. Rispose che si rinchiude in una stanza con un letto e il computer, la mattina prestissimo. Senza altri stimoli.
    Comunque, sarà una domanda indiscreta? Che ci si può fare, sapere qualcosa dei processi creativi dei nostri “miti” letterari forse li rende più vicini.