Le Finestre della Casa dei Libri

Photo credit: Orhan Pamuk, Istanbul, Matteo Pericoli.

Il weekend scorso sono stata a Milano da degli amici. E visto che ogni volta che vado a Milano mi sento come la Caterina del film di Virzì, avevo ovviamente una lunga lista di cose da fare, tra le quali, o meglio dire la prima delle quali, andare a vedere la mostra Finestre di scrittori di Matteo Pericoli in uno spazio da poco inaugurato dallo scrittore Andrea Kerbaker, che ha il bellissimo e irresistibile nome di Casa dei Libri

Siamo partiti senza informarci, pensando che tanto di sabato è tutto aperto, no? Siamo arrivati alla sede mappa alla mano, scoprendo che l’indirizzo, Largo Aldo De Benedetti 4, conduce ad una palazzina residenziale come tante; abbiamo suonato un paio di volte al campanello e visto che non ci apriva nessuno, ci siamo infilati dietro ad una famiglia che stava entrando proprio in quel momento. Lungo le scale nessun segno di attività, nessun via vai di visitatori. Arrivati al terzo piano abbiamo avuto due sorprese, una brutta e una bella. La brutta è che il sabato lo spazio non è aperto, ma visitabile solo su appuntamento. La bella è che una ragazza gentilissima, che lavora alla Casa dei Libri e che passava di lì proprio in quel momento, forse impietosita dal fatto che arrivavamo apposta dalla campagna, ha deciso di farci entrare lo stesso.

Appena varcata la soglia ho capito perché la chiamano Casa. Lo spazio è un appartamento milanese con il parquet per terra e finestre molto grandi dalle quali entra una luce intensa nonostante Milano e novembre. La sala principale ha un grande tavolo al centro, apparecchiato in modo sobrio ed elegante per dodici persone (lo potete vedere in questo servizio su Domus). Chi sono questi dodici ospiti? Alcuni dei più grandi artisti, intellettuali e scrittori newyorchesi – Gay Talese, Nathan Englander, Philip Glass, Tom Wolfe, David Byrne, per citarne alcuni – per ognuno dei quali, posizionato tra forchetta e coltello, troviamo un disegno ricco di dettagli che rappresenta la vista dalla finestra della loro casa/studio, realizzato da Matteo Pericoli. È questo il cuore e il punto di partenza del lavoro che l’artista italiano, di fama internazionale e meno noto in patria, ha dedicato alle finestre

Come racconta lo stesso artista, l’ispirazione gli è venuta nel 2004, mentre lui e la moglie si accingevano ad abbandonare il loro appartamento nell’Upper West Side dove avevano vissuto per sette anni. Solo lasciando la stanza dove aveva lavorato per tutti quegli anni si è reso conto di aver passato un numero interminabile di ore (circa 640!) a guardare fuori da quella singola finestra, cogliendo un panorama di New York unico e irripetibile da qualsiasi altra prospettiva. E ha pensato che "sarebbe stato bello se avessi potuto catturare quella vista semplicemente scollando una pellicola immaginaria dal vetro". Alla fine ha deciso di fotografarla da tutte le possibili angolazioni, ma anche questo non rendeva "quell’unica composizione al mondo del panorama di New York. Solo disegnando potevo riunire in una singola inquadratura tutte le prospettive." Da lì ha preso il via il progetto di Matteo, che l’ha portato a disegnare la vista di più di cento tra appartamenti e studi newyorchesi. La sua ricerca si è poi allargata ad altre città in tutto il mondo. Spesso la sua scelta ricadeva su persone che avessero un’intima connessione con la città che si vedeva dalla loro finestra; una vista talmente privata che alcune persone hanno rifiutato di aprire le loro case o i loro studi all’artista per non condividere una parte così personale della loro vita. 

Grazie a Matteo Pericoli scopriamo cosa guardano o guardavano dalla loro finestra alcuni dei nostri autori preferiti mentre scrivevano i libri che tanto amiamo. Ecco la Buenos Aires di Jorge Luis Borges,  per citarne uno non proprio a caso, la cui vista è raccontata dalla moglie Maria Kodama:

Nel quartiere Recoleta di Buenos Aires, una casa ha una finestra che è doppiamente privilegiata. Si apre su un cortile con un giardino, di quelli che qui chiamano pulmón de manzana – letteralmente, il polmone di un blocco – che le offre una vista del cielo e un insieme di piante, alberi e rampicanti che si insinuano lungo le mura delle case adiacenti e che segnano, con i loro colori, il passare delle stagioni. In più, la finestra protegge la biblioteca del mio defunto marito Jorge Luis Borges. È una vera Biblioteca di Babele, ricolma di vecchi libri, nei cui risguardi si leggono appunti scritti dalla sua piccola mano. 

E ancora la Johannesburg di Nadine Gordimer, la Tokyo di Ryū Murakami, la Detroit di Elmore Leonard.
Uscendo dalla sala e proseguendo lungo il corridoio si incontra una sala tutta dedicata a Torino, anzi a tante diverse Torino, raccontate da Bruno Gambarotta e incorniciate dalle finestre di scrittori come Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Emilio Salgari. E Italo Calvino, che scopriamo esser stato allo stesso tempo Marcovaldo e il Barone Rampante:

Marcovaldo alzava l’occhio tra le fronde degli ippocastani, dov’erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa.

Nessun dubbio, Marcovaldo è Italo Calvino pesce di scoglio e uccel di bosco e gli ippocastani sono quelli che vede dalla finestra del suo piccolo ufficio nelle bianche stanze einaudiane di corso Re Umberto. La sua piccola scrivania era laterale alla finestra e la luce arrivava da destra. Sono gli stessi alberi che da casa sua contemplava Primo Levi: Il mio vicino di casa è robusto. / E’ un ippocastano di corso Re Umberto; / Ha la mia età ma non la dimostra.

Nato a Santiago di Cuba da una madre botanica e un padre agronomo pioniere della floricoltura, vissuto a San Remo per i primi 25 anni di vita, Calvino si affaccia da quella finestra torinese nei primi anni del dopoguerra, in anni in cui le strade s’aprivano deserte e interminabili per la rarità delle auto, scrive a Franco Maria Ricci.

Per abbreviare i miei percorsi di pedone attraversavo le vie rettilinee in lunghe oblique da un angolo all’altro e così avanzavo tracciando invisibili ipotenuse tra grigi cateti.

Raggiunge la sede dell’Einaudi, sale al primo piano, si siede alla scrivania, dà ancora un ultimo sguardo agli ippocastani e inizia a scrivere sul retro delle bozze, per non sprecare la carta e non correre il rischio di dare troppa importanza al suo lavoro: Cosimo era sull’albero. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c’era il sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano.

Nessun dubbio, anche il Barone rampante è Italo Calvino.

(Bruno Gambarotta)

E il visitatore si trova ad essere dentro alla mostra;  il tema rappresentato si lega così naturalmente allo spazio-casa nel quale viene esposto, creando un ambiente così personale, un’intimità al quadrato tale che si avrebbe voglia di fermarsi un po’ di più. Di rimanere giusto per una notte, per cenare facendosi raccontare Manhattan da Gay Talese e la mattina fare colazione guardando il Bosforo dalla finestra di Orhan Pamuk. Ma non si può, perché la signorina che ci ha aperto è stata fin troppo gentile ed è ora di lasciarla andare. 

La mostra Finestre di scrittori è aperta fino al 6 dicembre.
Mostra a cura di Alice Avaldi
Allestimento: Matteo Ferrario e Salvatore Virgillito
Progetto grafico: Francesco Dondina
Traduzioni: Francesco Kerbaker

 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

2 Commenti
  1. Che bel resoconto, grazie! Mi fa piacere ti sia piaciuta la mostra.
    Buon lavoro e in bocca al lupo!
    Matteo Pericoli

  2. Grazie a te Matteo, di averci fatto dare una sbirciatina da quelle finestre 🙂
    E complimenti ancora per il tuo lavoro.
    Francesca