Una letteratura del pallone

Il calcio è lo sport nazionale, in Italia, ed è cosa risaputa. Forse è addirittura la religione ufficiosa della Repubblica. Forse anche di più. «Gli italiani perdono le partite di calcio come le guerre, e le guerre come partite di calcio», disse il caro Winston Churchill, e non si sbagliava poi tanto. Di sicuro c'è che siamo sempre stati molto più bravi nel pallone che nell'artiglieria, purtroppo o per fortuna.

Il calcio, dicevo, è rituale, e come ogni rituale possiede una dose di fascino come nessun altro sport al mondo. È passione, fede, epica. 
Questo per quanto riguarda il gioco giocato, i novanta più recupero sul rettangolo verde. Ciò che è sempre stato fuori dall'aura di magia che contorna il pallone, invece, è il cast di questo spettacolo. I giocatori. Da sempre, nell'immaginario, sono stati trattati alla stregua di vecchi gladiatori, buttati in un'arena ad ammazzarsi l'un l'altro. Volgari, gretti, ignoranti, viziati, ricchi e senza classe. Con pochissime eccezioni, che si contano sulle dita di una mano sola (Best, Maradona?). La causa di questo, della totale mancanza di fascino per il ruolo del calciatore, è da ricercarsi anche nella completa inesistenza di una letteratura di genere. Romanzi o teatro, nessuno ha mai trattato l'argomento calcio dal punto di vista del protagonista vero, quello che in campo ci va, se gli va bene, oppure rimane a scaldare la panchina o a morire di freddo o di caldo in tribuna. Sui tifosi sì, c'è letteratura, c'è soprattutto tanto teatro. Dal best-seller di Nick Hornby Fever Pitch alle innumerevoli pieces andate in scena nei teatri britannici. Addirittura sul rugby, da sempre considerato – piuttosto arbitrariamente – il cugino nobile ed educato del football, ci sono parecchie plays teatrali, alcune appena uscite come Broken Time

Uno dei pochi tentativi di raccontare una storia, in Italia, riguarda un libriccino del 1977, Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino, narrazione da inside man del gruppo della nazionale azzurra impegnata nei mondiali tedeschi del 1974. Comunque anche quel tentativo, presto dimenticato e da tempo scomparso da qualsiasi scaffale librario. 
Anche il Guardian si interroga sul fenomeno (o meglio sulla mancanza di un fenomeno, di una letteratura di genere), in un articolo apparso ieri. Viene citato come unico esempio di spettacolo teatrale focalizzato su un giocatore il dimenticato The Game di Harold Brighouse (del 1913), in cui il protagonista, Jack, è un working-class-hero, che un po' gioca come mezzala, un po' discute di Browning.  La conclusione dell'articolo, alla fine, è il solito, banale ritornello: meglio guardare "ai giorni che furono", ché non c'è di sicuro niente di interessante nei protagonisti dell'attuale pallone. O forse è solo più comodo pensare che sia tutto marcio, tutto piatto, tutto, totalmente, privo d'interesse.

Davide Coppo

Davide Coppo

Davide Coppo ha 24 anni e la barba. È laureato in Lingue e Letterature Straniere. È milanista, scrive per il magazine bimestrale Studio e gli piacciono le ragazze con i capelli corti, gli Smiths, il Beefeater, Anthony Burgess, John Fante, Carver e altra gente presa male.

2 Commenti
  1. Io ho scritto la tesi di laurea sul linguaggio del calcio … e trovare materiale cartaceo sull’argomento è stato più complicato che discutere la tesi stessa!