Cesare Segre e l’amore per la parola prima di ogni cosa

La vita di Cesare Segre, morto ieri a Milano a 85 anni, si è svolta prendendo le mosse da una curiosità fondamentale, una scintilla primordiale che ha dato fiato alla sua parabola di filologo, semiologo, critico e teorico della letteratura, prima di tutto amante e studioso della parola e che si potrebbe formulare ex post così: «Che cos'è un testo? Cosa significa, implica, comporta, ciò che leggiamo? Per cosa e per chi viene scritto un sonetto, un dialogo, un romanzo e perché?». Aspetti diversi di un unicum, di una domanda complessa che apre a più riprese tutto ciò che riguarda noi stessi e il mondo, il modo con cui lo guardiamo, lo osserviamo, lo raccontiamo. 

Il lavoro di Cesare Segre è stato questo: capire perché parola, lingua, letteratura sono i custodi del nostro mondo e della nostra vita, compito possibile solo se ci si accosta ai testi con la capacità di studiarne cuore, articolazioni, psicologia, definendo gli strumenti per poter parlare di essi (in questo senso, Le strutture e il tempo è uno dei suoi testi fondamentali). Perché esiste un vincolo – e di questo Segre ne era profondamente convinto – un passaggio etico tra lo scrittore e il lettore, che è la strada per la verità, nel rispetto dei testi e nell'interrogazione continua di questi, nel piacere che si ha nel viverli al di là di altri fini. La lingua è il modo per metterci in contatto con il mondo e la missione di Segre è stata prima di tutto quella di fornirci una chiave per capirlo.

Amare la parola vuol dire difenderla: Segre si è scagliato più volte, nel corso della sua vita, contro il degrado della lingua italiana, la violazione dei registri linguistici, l'uso di questi in contesti inopportuni. Una battaglia di salvaguardia portata avanti nelle vesti di accademico dei Lincei e della Crusca, in cui torna alla mente un articolo di qualche anno fa di cui ci teniamo a riportare un frammento, sempre calzante nel discorso sull'attualità: «Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura: cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità». 

La scomparsa di Segre chiude un'epoca gloriosa della cultura letteraria italiana – come ricorda oggi Paolo Mauri –  un momento fondamentale in cui lo studio della letteratura ha vissuto un concreto rinnovamento, sia nei metodi che negli strumenti. In questo Segre è stato uno dei protagonisti, soprattutto nel dare una nuova disciplina alle edizioni dei grandi classici, animato dalla consapevolezza che la critica non dovesse occuparsi solo della contemporaneità, ma riscoprire e meditare sul passato, evitando che questo fosse lasciato in ostaggio all'erudizione fine a se stessa. Dimostrazione del suo ruolo fondamentale di critico letterario è il Meridiano pubblicato recentemente da Mondadori, in cui viene raccolta con criteri impeccabili una grande parte della sua produzione. 

Andando più nello specifico, Segre è stato un critico della stessa critica letteraria, ripensandola nelle sue modalità di svolgimento: oltre i dogmi, il suo lavoro critico viveva di un approccio concreto e scientifico sui testi, fortificato dalle conferme sperimentali e dalla curiosità data dal nuovo e dagli scenari che apriva. In questo modo, Segre ha saputo creare un metodo plurale, flessibile, applicabile ai testi di autori e di epoche diverse. Questa capacità di stare al passo con il flusso della storia della letteratura è dovuta al fatto che egli non ha mai smarrito la convinzione dello scopo fondamentale della critica letteraria di ogni tempo: «giungere in qualche modo a una gratificante, o esaltante comprensione». È questa la lezione del saggio Notizie dalla crisi, del 1993: tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, immersa nelle ambizioni strutturaliste, la critica aveva la pretesa di essere voce della totalità, cercando di trovare un posto o un sistema a ogni nuovo punto di vista. Segre aveva capito che la letteratura è simile in realtà a una foresta, priva di sentieri sistematici. Le strade per interpretarla e viverla possono essere tante: quello che deve animare l'esploratore è l'amore per essa e la felicità che nasce dalla volontà di capirla.  

Luigi Mauriello

È un romantico nel senso fitzgeraldiano del termine. Nella vita scrive, beve caffè, va a caccia di refusi sulle locandine dei trasporti pubblici. Dategli uno spunto d'appoggio e con un paragrafo vi salverà il mondo.

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