L’Inferno dei traduttori di Dan Brown

credit Tv Sorrisi e Canzoni

Dal 18 febbraio, per due lunghi mesi, undici traduttori provenienti da tutta Europa hanno lavorato reclusi in un bunker sotterraneo all'interno della sede della Mondadori, a Segrate, per portare a termine la traduzione di Inferno, il nuovo romanzo di Dan Brown.

A pochi giorni dall'uscita della quarta avventura di Robert Langdon, Tv Sorrisi e Canzoni ha svelato in un reportage tutti i retroscena della traduzione del romanzo più chiacchierato del momento, atteso in simultanea sugli scaffali delle librerie europee il 14 maggio prossimo.

Sembra che con lo scopo di evitare qualsiasi fuga di notizie, i traduttori abbiano lavorato in un regime di massima sicurezza che prevedeva il totale isolamento e il divieto di ogni tipo di contatto con l'esterno che non fosse vigilato e verbalizzato dalla security (armata) del bunker.

Telefoni confiscati, pc personali bloccati, terminali appositi per connettersi a internet e compiere le ricerche necessarie alla traduzione, proibizione assoluta di portare i documenti fuori dall'edificio, queste le condizioni dettate ai traduttori che sono stati anche forniti di un alibi per giustificare la strana routine lavorativa con amici, parenti e colleghi curiosi, 

Il team internazionale, composto di francesi, spagnoli, tedeschi, brasiliani e italiani, venivano prelevato ogni mattina dagli hotel milanesi e portato al bunker dove lavorava dieci ore al giorno, sette giorni su sette, a un ritmo serrato che lasciava spazio a qualche pausa caffè e al pranzo, anch'esso consumato all'interno della Mondadori, nella grande mensa aziendale, per poi essere riportato indietro alle nove di sera. Un'esperienza che i protagonisti intervistati dal magazine non hanno esitato a definire alienante e dura, soprattutto per il cambio forzato di abitudini e la lontananza da casa, «Il tempo al di fuori del “bunker” era essenzialmente ridotto a nulla, eravamo mentalmente esausti» rivela Carole Del Port, traduttrice francese, «Lavorare per così tante ore in un “bunker” e vivere in hotel ti disconnette un po’ dalla realtà ed è un po’ strano… Ma sì, lo rifarei di nuovo» aggiunge il collega spagnolo Alejo Montoto, con il quale però tutti sembrano concordare sulla validità di un'esperienza simile, rara e preziosa per un traduttore, basata sul lavorare in squadra e confrontarsi quotidianamente con altri professionisti.

 

 

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