La Crusca ci riprova: l’italiano nella Costituzione

Che c'entra la lingua italiana con la politica? No, niente battute sui politici che non conoscono l'italiano e bla bla bla. La lingua italiana, la nostra lingua, è a tutti gli effetti un argomento politico, o almeno potrebbe esserlo. La nostra Costituzione, la più bella e chiacchierata del mondo, non specifica quale sia la la lingua ufficiale del Paese. Con l'articolo 6 si tutelano le minoranze linguistiche, che contribuiscono a rendere ancora più speciale e unico il panorama linguistico nostrano, ma non si afferma da nessuna parte che in Italia si parla italiano. L''Accademia della Crusca ha tentato di rimediare, senza successo. Ora però è tornata alla carica.

La notizia è che domani 19 febbraio si terrà a Roma presso la sede del Cnr il convegno "Il potere della lingua. Politica linguistica e valori costituzionali", organizzato dalla Crusca insieme al Comitato Lingua Madre e all'Associazione Italiana dei Costituzionalisti. L'obiettivo è tornare a parlare un po' di lingua italiana quando si parla di Costituzione e, visto che di recente si parla parecchio di Costituzione, sia mai che questa sia la volta buona. Lingua e politica, dicevo, perché in effetti attorno a quello che a molti può sembrare uno stupido cavillo o un dettaglio inutile ci si accapiglia da sempre, sulla penisola. Durante gli studi avrete senz'altro sentito parlare di questione della lingua, tra Bembo, Manzoni e compagnia bella. Senza fare noiose lezioni, basta ricordare che la lingua che parliamo e che ci hanno insegnato a scuola è il frutto dell'elezione di una delle tantissime parlate locali del nostro Paese, il toscano. Perché il toscano? Perché la nostra letteratura è stata portata in alto da tre signori toscani, Dante, Petrarca e Boccaccio e perché nel Cinquecento, quando si discuteva assai della questione linguistica, la Toscana e Firenze detenevano un enorme potere culturale, politico ed economico. E, da che mondo e mondo, si parla la lingua di chi comanda. 

Questa faccenda del toscano, una volta avviata in sede erudita, è proseguita per un bel po' di anni, uscendo dalle biblioteche solo al momento dell'Unità, quando si capì che per "fare gli italiani" bisognava insegnar loro l'italiano. Quale? Come? Perché? Manzoni, De Amicis, il Tommaseo-Bellini, Pinocchio, la lotta all'analfabetismo. Proprio perché in Italia questa storia della lingua ce la trasciniamo da secoli, si può dire che siamo sempre stati all'avanguardia per quanto riguarda la discussione attorno al problema linguistico, un problema veramente sentito sia dalla politica risorgimentale sia dal fascismo. Ecco, si arriva al punto. Quando in Italia si parla di politica linguistica, scatta subito la molla. Mussolini, Gentile, il neopurismo, fascistoni ignoranti che con la loro autarchia linguistica hanno provincializzato l'italiano. Lingua e politica. Davvero, non voglio annoiarvi e soprattutto non ho intenzione di beccarmi del fascista solo perché dico che oggi una politica linguistica, seppur in ritardo di decenni, sarebbe auspicabile e ben accetta (e non per combattere la lingua degli sms o alzare frontiere, ma semplicemente per ridare dignità all'italiano). Giusto per polemizzare, siamo consapevoli del fatto che, mentre qui facciamo gli splendidi a suon di anglismi, in tutto il mondo la nostra lingua è conosciuta grazie alla gastronomia, alla moda e alla letteratura? Sì, lo sappiamo, è il made in Italy, no? Appunto, il meidinitali.

Qualcuno ha proposto più di una volta di avviare questa benedetta politica linguistica partendo da un gesto simbolico, inserire l'italiano nella Costituzione. Non si tratta di passare alla repubblica presidenziale o abolire il Senato, ma solo di modificare l'articolo 12, quello in cui si ricorda che la nostra bandiera è il tricolore, e scrivere «L'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica Italiana», come proponevano qui. Una proposta di legge in tal senso fu approvata alla Camera nel 2007 ma non dal senato. Consapevole di camminare su un territorio minato, ribadisco che il mio personale tifo per l'iniziativa della Crusca è squisitamente linguistico, ben lontano da qualsiasi discorso politico. Anche perché, mi perdonino gli accalorati del "no all'Italiano nella Costituzione", tutto rischia di suonare come Destra sinistra di Gaber. Comunque, io mando un incoraggiamento ai cruscanti e a tutti gli organizzatori del convegno di domani. Con il Governo nuovo e tutti i nuovi propositi, buttarci in mezzo pure una bella modifica dell'articolo 12 non sarebbe male. Voi direte, con tanti di quei problemi veri che abbiamo in Italia tu fai il fascistello linguista che vuole mettere l'italiano nella Costituzione? Eppure, proprio come per tante altre riforme più importanti, la politica non si è messa d'accordo neanche su questo minuscolo cambiamento, che tanto minuscolo allora non sembra. Nella Costituzione non c'è scritto qual è la lingua ufficiale, ma tanto si sa, è scontato, no? No. Un Paese è tradizionalmente identificato dal territorio, dalla religione e dalla lingua che si parla. Per il territorio ci si è scannati, per la religione ci si è accordati, per la lingua si fa i vaghi. Cos'è, c'è il rischio che poi gli italiani diventino italiani per davvero?

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

2 Commenti
  1. Articolo molto interessante, anche se la tesi non mi convince granchè. A livello simbolico potrebbe essere anche “interessante”, costituzionalizzare la lingua italiana, ma a livello pratico mi pare quantomeno superfluo. Anche dal punto di vista simbolico, in realtà, ho il serio sospetto che l’esigenza di riappropriazione (ad esempio: del territorio rispetto agli immigrati, dei quartieri rispetto al degrado sociale, della lingua rispetto alle “derive” sgrammaticate/anglofile) sottostante a iniziative come quelle della Crusca testimoni più che altro, alla radice, il fatto che ciò di cui ci si vorrebbe riappropriare è in realtà già compromesso — e, per inciso, non necessariamente in peggio.
    Quello che voglio dire, insomma, è che più che di queste iniziative “in difesa di”, quello di cui mi sembra disperatamente bisognosa la nostra lingua sono iniziative “propositive”, che rilancino un’alfabetizzazione culturale che non è uno dei problemi dell’Italia: è IL problema dell’Italia.

  2. @Riccardo Anzitutto grazie per il commento. In effetti, come ho tentato di dire, l’iniziativa di per sé non può avere la pretesa di “risolvere” concretamente la questione linguistica, né può colmare lacune e problemi come, noti bene, l’alfabetizzazione culturale. Siamo pieni dei soliti dati Istat tragici sullo stato della cultura e della lettura in Italia, ma ciò che dico tifando per la modifica dell’articolo 12 è che essa potrà essere impalpabile e per nulla d’aiuto, nell’immediato; eppure io continuo a vederla come il possibile nucleo d’avvio per un ritorno all’interesse verso la lingua e i suoi problemi. Ovvio, il problema non è che l’italiano non sia riconosciuto ufficialmente nella Costituzione, ma che esso non sia tutelato dalle istituzioni. L’inserimento nella carta su cui si fonda la Repubblica, tuttavia, implica un’ammissione dell’importanza del problema e potrebbe quindi dare un impulso a nuove discussioni e nuovi tentativi di intervento. O almeno questa è la mia speranza!