Mein Kampf dev’essere vietato?

Libertà di stampa, libertà di espressione, responsabilità dell’autore, limiti che devono o non devono esserci, offese, pugni… dopo i fatti di venti giorni fa a Parigi, il dibattito è ancora infiammato e a quanto pare né da parte dei governanti, né da parte dei giornalisti, né da parte degli artisti, men che meno da parte delle persone “normali” con cui ho a che fare direttamente, arriva un’idea e una risposta univoca. C’è offesa talmente enorme che non si può e non si deve diffondere? O al contrario non esistono confini, se non quelli stabiliti dalla legge, entro cui l’autore deve muoversi?

Non lontana da questi temi è la questione sollevata in Inghilterra dal parlamentare laburista Thomas Docherty, a proposito della possibilità di impedire d’ora in avanti la vendita di Mein Kampf nel Regno Unito. In questi giorni di memoria dell’Olocausto, il parlamentare scozzese ha inviato al Ministro della Cultura una nota a proposito del grande successo dell’opera di Adolf Hitler – tra i bestseller di Amazon – e sulla necessità di aprire un dibattito nazionale per capire «whether there should be limits on the freedom of expression». Proprio a seguito delle vicende di Charlie Hebdo e degli ostaggi nell’Hyper Casher e considerando la crescita in tutta Europa di gruppi che si rifanno, più o meno velatamente, all’ideologia nazista (vedi Pegida, Alba Dorata e tutti quegli amabili personaggi che poco più di un mese fa si sono riuniti a Milano), Docherty propone che sia almeno presa in considerazione la possibilità di vietare la diffusione del testo. L’idea è quella di un dibattito nazionale, guidato dal Ministero della Cultura, per capire se, come già succede in altri Paesi come la Germania (in cui però sembrano procedere i lavori per la pubblicazione di un’edizione criticamente commentata dell’opera, di cui tra l’altro scadono i diritti d’autore entro fine anno), anche nel Regno Unito sia proibito per legge vendere le 800 deliranti pagine di Hitler.

In particolare sono due le questioni sollevate da Docherty, che previene le affermazioni di chi volesse obiettare che la pubblicazione di Mein Kampf è lo scotto da pagare per vivere in una democrazia. La prima: c’è differenza tra un libro (o una vignetta…) che perpetra un’offesa e uno che predica l’odio, e Mein Kampf è scritto proprio con lo scopo di divulgare l’ideologia nazista e fomentare l’odio per i non ariani. Vero, ma è anche vero che il confine tra offesa e odio non è sempre così netto e che vietare, in genere, non è mai stata la soluzione migliore per evitare. La seconda questione: se un neonazista oggi viene punito dalla legge, perché non dovrebbe essere così per il testo che del nazismo è stato manifesto? Ma in effetti non esistono regole chiare o una legislazione internazionale che permetta sempre di identificare e punire il reato di apologia del nazismo. Tant’è vero che il movimento di Alba Dorata si è regolarmente presentato alle elezioni in Grecia, risultando la terza forza politica del Paese. Altro che «if someone puts the contents of Mein Kampf on to a blog, the police would knock on their door».

Vietare dunque è possibile, ha senso?

Come accennavo prima, in Germania sarà pubblicata a inizio 2016 un’edizione commentata del testo a cura dell’Istituto storico di Monaco. L’intento è quello di far circolare l’opera, fino a oggi vietata in Germania ma reperibile online in qualsiasi lingua, fornita di tutti gli apparati e gli strumenti necessari per capirne il contenuto. Un’operazione che, la consideriamo giusta o sbagliata, contribuirà comunque a chiarire le contraddizioni del programma politico di Hitler e forse a sminuirne il mito. Potrà essere questa un’alternativa al divieto? 

Silvia Banterle

Al contrario di tutto il resto del genere femminile, non vede l’ora di invecchiare, per poter finalmente essere acida come Emma Thompson in Saving Mr. Banks. A proposito, un attimo fa avete sbagliato a pronunciare, il suo cognome è sdrucciolo.

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