Solzhenitsyn, la sperimentazione e il non adagiarsi sugli allori.

(photo credits: Arts Beat Blog)

Certi scrittori alle prime avvisaglie di bestseller si autocongelano: insomma, alla gente piace come scrivono, piacciono i temi che trattano, pare che vendono e quindi continuano con lo stesso stile fino a quando non diventano abbastanza famosi che pure se scrivono banalità, si tratta di banalità firmate dallo scrittore tizio (che, di conseguenza, vendono). Come quando alle superiori dopo un paio di bei voti si iniziava a campare di rendita, ci si "adagiava sugli allori", per dirla in altri termini. 
Certi altri, invece, sperimentano. Pure dopo aver vinto un Nobel. 

E' il caso di questo signore russo col cognome difficile da scrivere e da pronunciare (almeno per la sottoscritta): Alexander Solzhenitsyn aveva un premio Nobel (che poi, probabilmente, il Nobel gli sia stato assegnato anche per una manovretta politico-ideologica da quattro soldi è un caso a parte), una veneranda età ed era pure tornato nella Russia post-sovietica. Poteva tranquillamente andarsene in pensione. Invece, ha continuato a sperimentare tirando fuori roba che i critici inglesi hanno definito "il suo lavoro migliore". 
Questo presunto lavoro migliore, praticamente, è una raccolta di storie brevi (nove, in tutto) che in autunno verrà pubblicata per la prima volta in inglese, dalla Canongate, col titolo Apricot Jam and other stories. Come al solito Solzhenitsyn se la prende con l'Unione Sovietica, col KGB, col comunismo eccetera eccetera.

Ancora nessuna notizia su eventuali uscite italiane. Magari però potrebbero far fare la prefazione a Lilin, che con Solzhenitsyn potrebbe andare idealmente d'accordo non solo per la nazionalità comune…

Eve Blissett

Prendi tutti i personaggi femminili di DFW, aggiungi 1/4 Hermione Granger, 1/4 di Margot Tenenbaum, 1/6 di Holden Caulfield, 1/6 di Daria Morgendorffer, e un pizzico di Dana Scully (per dire solo le prime cose a caso che mi vengono in mente). Aggiungi tatuaggi. Poi shakera come se non ci fosse un domani seguendo il ritmo di She's Lost Control dei Joy Division. And now, get drunk!

2 Commenti
  1. Solzenicyn mi è piaciuto un mondo, “La casa di Matrjona” in particolare. E’ stata una sorpresa, pensavo ad uno stile prolisso, “pesante”, invece l’esatto opposto. E se si legge la sua autobiografìa letteraria, di come riusci a farsi conoscere all’estero, beh..diventa un campione. A me la letteratura dell’Est europa mi affascina tanto tanto, gran scrittori. Scrittori intendo.

  2. Per un attimo avevo letto “potrebbero far fare la prefazione a LENIN, che con Solzhenitsyn potrebbe andare idealmente d’accordo non solo per la nazionalità comune…” e mi era preso un colpo.