Con “Non vengo a fare discorsi” torna García Márquez

 Attualità & Approfondimento / Con "Non vengo a fare discorsi" torna García Márquez

Dopo le preoccupazioni che ci aveva dato l’occhio nero di García Márquez, siamo contenti di sapere che lo scrittore colombiano alla tenera età di ottantatré anni è più in forma che mai e dopo sei anni dall’uscita delle sue Memorie delle mie puttane tristi ha finalmente dato alle stampe un nuovo libro: non un romanzo (anche se i pettegolezzi di corridoio lo danno previsto per l’estate dell’anno prossimo: Márquez in realtà l’avrebbe già scritto, ma puntiglioso com’è non sarebbe soddisfatto di uno dei suoi personaggi) ma una raccolta di discorsi, paradossalmente intitolata Non sono venuto a fare discorsi.

Si tratta di ventidue discorsi, tutti inediti, che Gabo ha preparato per altrettante occasioni della sua vita: dal primo, scritto per la cerimonia di consegna del diploma liceale nel 1944, all’ultimo, tenuto nel 2007 di fronte ai Reali di Spagna in occasione del suo ottantesimo compleanno. E il bello è che García Márquez i discorsi li ha sempre odiati! Ma, come sostiene lui stesso, ha dovuto fare come con il suo mestiere di scrittore: ci si è costretto. Ecco allora spiegati i suoi interventi su tanti temi diversi: quelli sulla scrittura (Come cominciai a scrivere, Brindisi per la poesia, Giornalismo: il miglior mestiere del mondo o il pezzo polemico sul "pensionamento" dell’ortografia, Una bottiglia nel mare per il dio delle parole), i ricordi scritti per i suoi amici come Julio Cortázar e Álvaro Mutis, i discorsi civili (Il cataclisma di Damocle, sulla proliferazione delle armi nucleari oppure il testo su Un’alleanza ecologica per l’America Latina) e infine quelli dedicati alla patria colombiana (La terra amata anche se distante).

Ce n’è per tutti i gusti, in pratica. Per chi si fosse sempre domandato che tipo di persona si celi dietro il narratore magico di Cent’anni di solitudine, quest’ultima raccolta regala uno sguardo approfondito sull’uomo, le sue visioni, le sue passioni, il suo lavoro.

eFFe

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.