L’AIE contro il Decreto Profumo

Come avevate predetto, tutto l'entusiasmo per il Decreto Profumo sulla digitalizzazione scolastica era decisamente prematuro. Ci avevate fatto notare che tanto le cose non sarebbero cambiate così facilmente, che siamo in Italia e non sarà certo un decreto a sancire l'applicazione di un disegno di legge, figuriamoci. E infatti. Ma, per una volta, la responsabilità non è da imputare alla classe politica.

Se non vi ricordate, del Decreto Profumo avevamo parlato qui, ma per riassumere brevemente: il Ministro dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca aveva emanato un decreto, poi approvato, che imponeva l'adozione in toto di testi digitali nelle scuole a partire dall'anno scolastico 2014/2015. Dunque un piano di riforma scolastica che lasciava ampio margine temporale all'adeguamento e che mirava all'adattamento al modello di più o meno il resto del mondo.

Invece l'AIE, Associazione Italiana Editori, ha oggi diramato un comunicato stampa con il quale si è pronunciata contro il Decreto Profumo. In particolare, l'AIE non è d'accordo su due punti:

  1. L'introduzione dei libri digitali nelle classi prime delle elementari e delle medie;
  2. L'abbassamento del 30% dei tetti di spesa.

In altri Paesi, cosa ve lo diciamo a fare, suona tutt'altra musica: la K-12, designazione che riunisce gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie in America, Canada, Turchia, Filippine ed Australia, ha fatto sapere che l'introduzione degli eBook nelle scuole è davvero benefica per l'apprendimento, e che l'unico problema è la scarsità di device a disposizione.

Giorgio Palumbo, il presidente del Gruppo Educativo dell'AIE, ha dichiarato che sono i tempi ed i modi d'applicazione del Decreto a turbare l'Associazione, non l'idea della digitalizzazione scolastica di per sè:

Non ricorriamo contro i libri digitali ma contro i tempi e i modi di realizzarne la diffusione, che sono in contrasto rispetto alla legge votata dal Parlamento e non tengono conto delle carenze infrastrutturali delle scuole.

Difficile dar torto a Palumbo, d'altra parte, quando parla di carenze strutturali ignorate. L'entusiasmo per la digitalizzazione scolastica ed il Decreto Profumo doveva forse essere preceduto da entusiasmi per altri tipi di riforma, magari che andassero a ricostruire il sistema scolastico fin nelle sue logore fondamenta stile groviera. Come faceva notare Pinoprof nel suo commento all'articolo del 29 Marzo.

Ecco, probabilmente gli editori italiani hanno avuto l'occhio più lungo del MIUR e di tutti noi digital-entusiasti: fare un passo indietro non significa necessariamente regredire, ma fare le cose bene e con ordine.

Sara D'Agostino

Book nerd D.O.C., crede nella Forza come religione e ha una dipendenza da asciugacapelli. Da vera strapezzente, ha percorso la rotta di Kessel in meno di dodici Parsec.

3 Commenti
  1. Non posso che trovarmi d’accordo con le conclusioni del post, ma devo dire che mi trovo a disagio con le premesse e le argomentazioni. Quando si dice che la scuola nel resto del mondo è ormai digitale, per esempio, si sta dicendo una cosa inesatta. Le esperienze più avanzate (Corea e anglo americani) non sono tutto il mondo e peraltro la Corea ha deciso di rallentare. Per restare in Europa, la situazione in Francia e in Spagna non è molto diversa dalla nostra. Basta leggersi il rapporto dell’OCSE di cui parlo qui: http://www.equilibridigitali.it/la-lunga-marcia-della-scuola-digitale/
    Un altro fatto che sembra ovvio ma non lo è affatto è invece la questione dell’efficacia dell’insegnamento digitale. Non conosco la ‘designazione’ K-12′ ma dando uno sguardo al sito che link i non mi sembra proprio la più scientifica delle fonti. In compenso la maggior parte delle ricerche indicano l’assenza di differenze significative tra il ‘nuovo’ e il ‘vecchio’ ( se ne è parlato approfonditamente qui: http://www.equilibridigitali.it/scuola_digitale-sfida-per-un-apprendimento-migliore/
    Scusa la prolissità e l’autoreferenzialità… 🙂

  2. Perché dobbiamo riferirci a quello che fanno gli altri paesi ed al massimo andare in scia?
    Voglio dire che ignorando Francia, Spagna o chi altri potremmo digitalizzare la nostra scuola se lo ritenessimo corretto. Potremmo e dovremmo tornare ad insegnare, in senso lato, a fare tendenza, magari culturale/tecnologica.

    Non vedo molto nesso, ma dalle scuole sono distante anni ormai, fra libri digitali ed i problemi delle infrastrutture scolastiche . Grossolanamente: banchi e sedie ci sono oggi e ci sarebbero domani con libri digitali.
    Se il problema non sono l’efficacia dell’insegnamento e l’apprendimento non afferro come l’edificio fatiscente possa esserlo meno con un libro di carta fra le mani 🙂

    Digitalizzare significa alleggerire il peso fisico che ogni giorno gli studenti portano con se, porre fine al balletto dell’assurdo costo annuale dei testi scolastici (rivisti di anno in anno senza poi di fatto evolversi) e porre fine ad un mercato dell’usato che non da benefici ne ai venditori ne ai compratori (per motivi che non mi dilungo a spiegare).